Barbagallo, Banca d’Italia: la redditività degli istituti italiani è bassa. “Non esclusi interventi sul costo del personale”

Banca d'Italia Logo 2“La recessione nel nostro Paese è stata più grave che altrove, e la ripresa più incerta. Inoltre, a fronte di un ricorso al mercato dei capitali elevato nel confronto europeo, gli aiuti di stato ricevuti dal nostro sistema bancario sono stati trascurabili. Questi fatti contribuiscono a spiegare un livello di capitalizzazione del nostro sistema bancario che, seppure 6 adeguato ai rischi, è più contenuto in confronto con le altre banche europee e una redditività, pur in ripresa, ancora debole”. Così Carmelo Barbagallo, capo della vigilanza della Banca d’Italia, nel suo intervento durante il convegno “Banche e vigilanza in Europa, il quadro attuale e le prossime sfide”.

Un quadro completo e obiettivo, secondo Barbagallo, deve tenere conto di diversi aspetti. “In particolare, l’indicatore regolamentare di leva finanziaria che entrerà in vigore nel 2018, calcolato come rapporto tra patrimonio e attività non ponderate (leverage ratio), segnala una rischiosità del nostro sistema bancario inferiore alla media europea. Inoltre, sebbene il sistema italiano si caratterizzi nel complesso per un modello di business di tipo tradizionale, l’azione di diversificazione dei ricavi condotta negli anni ha portato a una incidenza del margine di interesse inferiore a quella della media dei paesi europei. Ciò rende il conto economico delle nostre banche relativamente meno esposto agli effetti della fase di bassi tassi d’interesse. Infine, i rischi operativi e di condotta sono per le banche italiane meno significativi della media. Nel complesso, queste evidenze delineano un quadro non di sole ombre per il sistema bancario italiano, come talvolta affermato da alcuni commentatori. Il sistema nel suo complesso ha tenuto, come confermato anche dalle prove di stress condotte in sede europea nei mesi scorsi, che hanno visto le principali banche italiane conseguire buoni risultati anche di fronte a scenari particolarmente avversi. Adesso che l’Italia sta emergendo dal lungo periodo di difficoltà economica, occorre affrontare i due principali problemi a cui ho fatto cenno in premessa: quello dei crediti deteriorati e quello della redditività”. 

I crediti deteriorati

In un sistema finanziario come quello italiano, in cui il credito bancario rappresenta la principale fonte di finanziamento dell’economia e l’accesso diretto al mercato da parte delle imprese è ancora molto limitato, non sorprende, ha spiegato Barbagallo “che le difficoltà delle imprese dovute alla forte recessione si siano pesantemente riflesse sulla qualità degli attivi bancari. Dall’inizio della crisi ad oggi l’ammontare dei crediti deteriorati si è pressoché triplicato. All’aumento della consistenza dei crediti deteriorati hanno contribuito i tempi eccessivamente lunghi di recupero dei crediti, sia per via giudiziaria sia stragiudiziale. Se in Italia avessimo goduto di tempi di recupero in linea con quanto osservato nei principali paesi europei il rapporto tra le sofferenze e i prestiti sarebbe oggi pari a circa la metà di quello effettivamente registrato, non discostandosi molto dalla media europea. Un elevato stock dei crediti deteriorati ha indubbiamente effetti indesiderati. Si tratta, infatti, di attivi di difficile valutazione; ciò contribuisce a innalzare il premio per il rischio che le banche devono pagare per raccogliere capitale e liquidità sul mercato. Ciò detto, il fenomeno va inquadrato correttamente. Molti commentatori fanno insistente riferimento a un valore complessivo di 360 miliardi. Tale valore, sebbene formalmente corretto, è economicamente fuorviante. Esso infatti è al lordo delle cosiddette rettifiche di valore, perdite già spesate nei bilanci degli anni passati. Il valore netto era in realtà pari a circa 200 miliardi a fine 2015. Inoltre, i crediti deteriorati includono per oltre un terzo anche prestiti relativi a debitori in situazione di temporanea difficoltà. I prestiti relativi a 8 debitori in stato di crisi irreversibile, le cosiddette sofferenze, erano pari a poco meno di 90 miliardi al netto delle rettifiche. Va anche tenuto conto del fatto che questi prestiti sono assistiti da garanzie sia reali (stimate in 85 miliardi) sia personali (37 miliardi). Con la ripresa, seppur modesta, dell’economia, il processo di deterioramento della qualità del credito si sta riducendo; ciò sta dando luogo a un graduale ridimensionamento della consistenza di questi attivi”.

La redditività

La redditività delle banche italiane rimane per Barbagallo debole. “Nel primo semestre del 2016 il Roe dei cinque maggiori gruppi bancari italiani si è quasi dimezzato (3,7 per cento) rispetto al medesimo periodo del 2015 (6,3 per cento). Alla flessione del margine di interesse si è accompagnata anche quella dei ricavi da commissioni. L’andamento insoddisfacente della redditività riflette fattori che, come detto, influenzano l’intero sistema bancario europeo: la crescita moderata e i bassi tassi di interesse; il mutamento tecnologico. È tuttavia in parte dovuto a fattori specifici della nostra economia: una crescita economica inferiore a quella media europea, che si traduce in un flusso ancora comparativamente elevato delle rettifiche su crediti; ritardi nell’adeguamento strutturale delle banche italiane, con una rete di sportelli ancora troppo ampia e un eccesso di capacità produttiva in relazione a un’economia che si è contratta significativamente rispetto a un decennio fa (di quasi un decimo in termini di Pil e un quarto in termini di produzione industriale). Questi fattori non possono non spingere verso un ripensamento del modo di “fare banca”. Come tutte le imprese soggette a regole di mercato, le banche devono adeguare nel continuo prodotti e tecniche di produzione alle nuove tecnologie. A tal fine devono agire su vari fronti. Occorrono nuovi investimenti in tecnologia e capitale umano; occorre agire per sostenere i ricavi, con una ulteriore diversificazione delle fonti di reddito; è necessaria una azione energica di contenimento dei costi. Su quest’ultimo fronte l’azione realizzata negli ultimi anni, anche grazie all’importante contributo delle organizzazioni dei lavoratori, 11 ha prodotto effetti positivi sui bilanci, effetti che tendono tuttavia a essere erosi dalla contrazione dei ricavi, che risente dei fattori sopra richiamati. La politica di contenimento dei costi dovrà dunque proseguire, anche attraverso un ripensamento della presenza sul territorio. Stiamo già assistendo, da parte di alcuni intermediari, a una graduale dismissione di attività non essenziali, sia in Italia sia all’estero, per focalizzarsi più efficacemente sull’operatività caratteristica. Non possono essere esclusi interventi sul costo del personale, in un quadro più ampio di misure volte a rivedere il modello di attività e a valorizzare e riqualificare le competenze delle risorse umane, che l’evoluzione tecnologica vuole sempre più specializzate”.

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Barbagallo, Banca d’Italia: la redditività degli istituti italiani è bassa. “Non esclusi interventi sul costo del personale” ultima modifica: 2016-09-20T20:47:21+00:00 da Redazione

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