Abi, settore si conferma solido ma a bassa profittabilità

Alle difficoltà dello scenario internazionale si sono sovrapposte, nel caso dell’Italia, le incertezze del quadro interno e la insufficiente dinamica della crescita economica che hanno condizionato la raccolta delle banche italiane, in termini di disponibilità e di costo. I tempi e le modalità del rafforzamento del grado di patrimonializzazione richiesto dall’Autorità di vigilanza europea, con un requisito minimo di Core Tier 1 ratio al 9%, hanno ulteriormente accentuato la diffidenza del mercato.
È il quadro delle semestrali Abi, basate sui bilanci di fine anno, presentate oggi a Roma dal direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, e dal Responsabile Direzione Strategie e Mercati finanziari Abi, Gianfranco Torriero, cui hanno preso parte: Vincenzo Boccia, vice presidente Confindustria e presidente Piccola Industria con delega per il credito e la finanza per le Pmi; Vittorio Conti, commissario Consob; Miro Fiordi, direttore generale e amministratore delegato Credito Valtellinese; Paolo Maria Mottura, professore ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari Università Bocconi.

In questo quadro di profonda incertezza, le banche italiane hanno proseguito anche nel 2011 l’azione di supporto a favore di imprese e famiglie, in misura superiore rispetto a quanto avvenuto altrove. Il tasso di crescita medio degli impieghi dell’anno è risultato pari a +3,6% che si confronta con il +1,3% in Europa. Va peraltro rilevato che, seppure positivo, il tasso di crescita dei finanziamenti è rallentato rispetto al 2010, a causa di fattori di domanda, legati al peggioramento congiunturale in atto, ma anche di fattori di offerta connessi al deterioramento della qualità del credito e alla situazione di liquidità. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 il rischio di una crisi di liquidità è stato, infine, scongiurato dalla decisione della Bce di introdurre operazioni di rifinanziamento a tre anni volte a sostenere il mercato creditizio.

Il ricorso delle banche italiane al rifinanziamento delle Bce ha permesso alla nostre banche di recuperare liquidità, non addizionale ma sostitutiva, chiudendo in tal modo il funding gap tra raccolta e impieghi generato dalla riduzione degli investimenti finanziari da parte degli operatori istituzionali esteri. Ciò ha permesso di tenere in piedi le linee di credito esistenti. La liquidità della Bce è stata, dunque, determinante per sostenere le linee di credito a famiglie e imprese.

I bilanci dell’esercizio 2011, considerato il difficile contesto operativo, sono stati realizzati dalle banche adottando un’estrema prudenza nella valutazione delle attività. Ciò ha comportato una significativa diminuzione (pari a circa 30 miliardi di euro) del valore dell’avviamento, generato principalmente dalle numerose operazioni di fusione e acquisizione degli ultimi anni. Una svalutazione contabile che non ha alcuna ripercussione sulla liquidità e sui coefficienti patrimoniali.

Al netto di tale svalutazione e delle altre componenti straordinarie non ricorrenti, utili da partecipazioni e da disinvestimenti e oneri connessi alle operazioni di integrazione, il 2011 si è chiuso con un utile consolidato pari a 5.5 miliardi, in riduzione rispetto al 2010 (-33%).

La patrimonializzazione è solida e in crescita: pari a 9,5% in termini di Tier 1 ratio e a 12.7% di Total capital ratio (rispettivamente in crescita di 87 e 68 punti base rispetto al 2010).

Il settore continua, tuttavia, ad esprimere un basso livello di redditività. Il Return On Equity, rettificato dalle componenti non ordinarie di gestione, alla fine del 2011 risulta pari a +2.6%, inferiore al +3,9% dell’anno precedente e sensibilmente più basso sia nel confronto internazionale (+7% in media per i primi 5 mercati bancari europei) sia nel confronto intersettoriale domestico (+9,5% per le principali società italiane quotate in borsa).

L’industria bancaria italiana è dunque solida ma esprime una profittabilità inferiore al suo potenziale, e le prospettive di mercato incerte non ne favoriscono la ripresa. Per il settore, ma più in generale per il nostro Paese, un’adeguata redditività delle banche è, invece, vitale: essa è, infatti, condizione essenziale per fare poter raccogliere capitale e liquidità sul mercato e, dunque, fare credito, sostenere l’economia, generare occupazione e investimenti.

Le banche stanno continuando a “fare il massimo” nelle difficilissime condizioni attuali, ma ciascuno dovrà svolgere la propria parte: preservare la natura genetica di banca commerciale delle nostre imprese bancarie risponde al bene del Paese.

Lo scenario attuale e prospettico impone urgenti riflessioni, per consentire un recupero di redditività ed efficienza del settore bancario e, anche attraverso esso, di tutto il sistema economico italiano.
Alcuni competono alle Istituzioni: evoluzione del quadro normativo internazionale e nazionale (regole Basilea 3, Eba, ruolo Agenzie di Rating, e non solo; rimozione di sfavorevoli divari normativi a livello comunitario; equilibrio tra evoluzione legislativa/regolamentare e costi della compliance per le banche; necessità di più attente analisi di impatto delle normative proposte).
Altri competono alle Banche: rispondere meglio ai cambiamenti della domanda (più mobile, sofisticata ed evoluta); fronteggiare una maggiore competizione da parte di operatori non bancari; avviare processi di ristrutturazione volti a ridurre i costi e aumentare la produttività.
Nel giusto mix di compiti e di ruoli e nella chiara definizione del perimetro entro cui ciascuno deve operare sta, tra le altre cose, la chiave della ripresa della nostra economia per la quale le banche stanno attivamente operando in termini di erogazione di credito ed iniziative a favore di imprese e famiglie.

Abi, settore si conferma solido ma a bassa profittabilità ultima modifica: 2012-05-22T21:42:30+00:00 da Flavio Meloni

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