Afi-Esca Italia: “Perdita d’impiego in Italia, il rischio che tutti sottovalutano (e che la CPI da sola non copre)”

Consulente (Afi Esca Italia)

Ogni trimestre, in Italia, circa 160.000 lavoratori ricevono una lettera di licenziamento. Non è un’emergenza, non è la crisi del momento. È la normalità del mercato del lavoro, documentata trimestre dopo trimestre dalle Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro. Nei primi nove mesi del 2025 i licenziamenti registrati sono stati 493.000, 162.000 tra gennaio e marzo, altrettanti tra aprile e giugno, 169.000 tra luglio e settembre. I dati del quarto trimestre non sono ancora disponibili, ma la serie storica porta il totale annuale a collocarsi stabilmente tra le 600.000 e le 650.000 unità. Un flusso silenzioso e costante, che non dipende da congiunture particolari e che il mercato tende a sottovalutare proprio perché non fa notizia. 

A questo si aggiunge il segnale che arriva dai dati ISTAT più recenti. A febbraio 2026 gli occupati sono diminuiti di 29.000 unità rispetto al mese precedente, con il tasso di disoccupazione risalito al 5,3%. Per chi lavora nel credito alle famiglie, la questione non è aspettare un peggioramento futuro. Il rischio è già presente, distribuito su scala di massa e concentrato esattamente dove il portafoglio mutui è più esposto, in quella fascia tra i 25 e i 44 anni che raccoglie la maggior parte dei mutuatari attivi e la quota più consistente delle perdite di impiego registrate. 

L’illusione della NASpI 

Molti confidano nel paracadute statale, ma i suoi limiti strutturali sono evidenti. Nel 2026, il massimale lordo della NASpI è fissato a 1.584,70 euro, ma non rappresenta un valore teorico raggiungibile da tutti i lavoratori. Applicando i parametri ufficiali di calcolo a uno stipendio medio italiano, l’indennità si colloca infatti intorno ai 1.250 -1.300 euro lordi mensili nella fase iniziale, ben al di sotto del tetto massimo. Il dato è rilevante perché descrive la condizione reale della maggior parte dei beneficiari, che si trovano a fronteggiare una riduzione significativa del reddito già nei primi mesi di disoccupazione, ulteriormente accentuata dal meccanismo di décalage che riduce l’importo del 3% mensile a partire dal sesto mese. 

Per capire cosa significa nella pratica, basta guardare un caso concreto, visto che i numeri scelti riflettono i redditi medi italiani e le stime di spesa mensile pro capite elaborate da ISTAT e Confcommercio. Marco, 40 anni, e Sara, 38, una famiglia bi-reddito con una RAL complessiva di 46.000 euro. Marco perde il lavoro. La rata del mutuo è coperta dalla CPI, quindi l’impegno verso la banca è al sicuro. Ma la NASpI non sostituisce mai lo stipendio pieno; il divario immediato tra il reddito netto precedente e l’indennizzo percepito genera già nel primo mese un gap di 355 euro sul bilancio familiare. Dopo un anno, con il décalage progressivo dell’assegno, quel gap supera i 755 euro mensili. Bollette, spesa alimentare, mantenimento dei figli: nessuna di queste voci è coperta dalla CPI. La NASpI ammortizza il colpo, non lo neutralizza. 

Il bias che pesa sulla consulenza 

Quando si parla di garanzia perdita d’impiego, l’associazione automatica è con la CPI, la copertura abbinata al finanziamento che rimborsa la rata mensile. È uno strumento utile, ma per sua natura strutturale limitato: protegge il debito verso la banca, non il reddito del cliente. La rata coperta è solo una delle voci, le altre rimangono scoperte.

Ed è esattamente qui che si apre uno spazio consulenziale ancora poco sfruttato, e che Afi-Esca ha scelto di presidiare in modo specifico. La compagnia, specializzata da oltre 100 anni nella protezione del tenore di vita, ha sviluppato il prodotto Vivendo 4 Plus proprio per rispondere a questo tipo di bisogno; una soluzione di income protection che può essere proposta contestualmente all’accensione di un mutuo, un finanziamento o un prestito personale, non come alternativa alla CPI, ma come complemento naturale. La CPI protegge la banca dal rischio di insolvenza; Vivendo 4 Plus protegge il cliente dal rischio di non riuscire a pagare tutto il resto. Due logiche diverse, due bisogni reali, che trovano nel confronto tra consulente e cliente, durante la definizione del finanziamento, il momento ideale per essere affrontati insieme. 

L’indennizzo mensile viene definito in fase di sottoscrizione sulla base del fabbisogno stimato, rimane slegato dal piano di ammortamento e può durare fino a 30 anni. È decorrelata dal finanziamento perché pensata per tutelare il cliente nella sua quotidianità, oltre il debito. 

Una leva che cambia il tipo di consulenza 

La propensione al risparmio delle famiglie è scesa al 6,3% secondo ISTAT, mentre le indagini della Banca d’Italia indicano che una quota significativa di nuclei dispone di bassa o nulla liquidità e che molte famiglie non hanno risorse sufficienti per affrontare shock prolungati senza reddito. In questo contesto, per chi non dispone di riserve, la domanda non è “sei coperto sulla rata?” ma “cosa succede alla tua famiglia se domani lo stipendio non arriva?” e soprattutto “come fai a reggere nei mesi successivi?” È un cambio di prospettiva semplice, che trasforma il momento del finanziamento in un’occasione di consulenza più completa e più vicina ai bisogni reali di chi siede dall’altra parte del tavolo.