Andrea Ciani: “Attendiamo la normativa secondaria per chiarire il ruolo dei collaboratori”

La recente riforma della mediazione creditizia contenuta nel D.Lgs. n. 141/10, pur lungamente annunciata e in gran parte conosciuta prima della sua approvazione, non costituisce di certo per i soggetti interessati un punto d’arrivo quanto piuttosto un punto di partenza. Dal 4 settembre scorso – data della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – tutti gli operatori del settore hanno infatti dovuto cimentarsi nella non facile opera di analisi e interpretazione del significato e delle conseguenze connesse alle molte norme introdotte dal Decreto.Ho visto nascere questa riforma (ai tempi del “decreto Pinza”) e non posso quindi sottrarmi al piacere e all’onere di esplorarne i contenuti e le ripercussioni sul sistema economico e sui soggetti interessati”, commenta il professor Andrea Ciani, dell’Università di Bologna.

Chi sono i soggetti e quali le modalità con le quali potrà essere esercitata l’attività di mediazione creditizia dopo l’entrata a regime della riforma?
Le valutazioni si riferiscono agli assetti definitivi del nuovo sistema normativo una volta che la riforma sarà entrata interamente in vigore. Si parte da una circostanza ormai a tutti nota da tempo: l’attività di mediazione sarà riservata esclusivamente a società di capitali costituite nella forma della società per azioni, della società in accomandita per azioni, della società a responsabilità limitata o della società cooperativa e dotate di un capitale sociale non inferiore a 120.000 euro. Nessun individuo nè società di persone (S.n.c., S.a.S., S.S.) potrà dunque esercitare in quanto tale l’attività disciplinata dai nuovi art. 128-sexies e seguenti del Testo Unico Bancario (fatte salve le espresse deroghe previste dalla riforma).

Quali i soggetti che invece non potranno più esercitare questa attività?
Non potranno esercitare l’attività di mediazione, neppure in forza di un rapporto di “collaborazione” con una società iscritta all’elenco, gli agenti in attività finanziaria e i loro dipendenti (v. art. 128-octies TUB), i dipendenti, agenti o collaboratori, di banche e intermediari finanziari (art. 17 D.Lgs. n. 141/10). Altre cause di incompatibilità potranno essere successivamente introdotte dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con apposito decreto ministeriale.

Ci sono poi dei soggetti che possono effettuare la promozione e il collocamento senza però dover sottostare ai vincoli del Tub.
La riforma ha sancito che l’attività di promozione e conclusione di contratti finanziamento per conto di altri istituti non è sottoposta ai nuovi vincoli previsti dal Testo Unico Bancario qualora sia posta in essere da banche, intermediari finanziari, imprese di investimento, società di gestione del risparmio, società di investimento a capitale variabile, imprese assicurative, istituti di pagamento e Poste Italiane S.p.A. Analoga esclusione è stata prevista per i c.d. dealer (i fornitori di beni e servizi) limitatamente alla distribuzione dei contratti di finanziamento relativi all’acquisto dei beni o servizi commercializzati e purché tale attività non riguardi l’emissione di carte di credito e venga comunque svolta in virtù di una convenzione stipulata con un intermediario finanziario o una banca.

E i promotori finanziari?
La nuova disciplina legislativa non dice nulla in merito allo status dei promotori finanziari, i quali erano invece espressamente esentati dall’iscrizione all’elenco dei mediatori creditizi a norma dell’art. 16 comma 8 della Legge Usura, che viene abrogato dalla riforma.  Non potendosi ipotizzare che tale soppressione sia il frutto di una semplice dimenticanza, si deve ritenere che tali figure professionali – che pure sono “selezionate” mediante l’apposito esame e l’iscrizione all’albo – non potranno più svolgere l’attività personalmente. Nulla vieta però che i promotori possano operare come “collaboratori” di società di mediazione o, più semplicemente, delle SIM o delle banche per le quali già distribuiscono i prodotti di investimento.

È proprio intorno alla figura dei “collaboratori” che paiono annidarsi gran parte dei problemi posti dalla riforma.
Molte sono le incertezze che tale dicitura induce: fermo restando infatti l’obbligo di superare la “prova valutativa” prevista dall’art. 128-novies, primo comma, del T.U.B. (che dovrebbe essere qualcosa di meno rispetto all’ “esame” previsto per i vertici aziendali), andrà chiarito quale rapporto contrattuale possa essere instaurato tra la società di mediazione e il “collaboratore” stesso. Dovranno essere stipulati veri e propri contratti di collaborazione a progetto (disciplinati dal D.lgs. n. 276/03)? O potranno piuttosto essere instaurati rapporti di lavoro autonomo o “tradizionali” rapporti di agenzia?  Il quesito, cui auspicabilmente verrà data risposta con la regolamentazione secondaria, è quindi il seguente: il riferimento ai rapporti di “collaborazione” contenuto nel D.Lgs. n. 141/10 deve intendersi in senso tecnico o atecnico? Il Legislatore ha inteso cioè riferirsi a uno specifico modello contrattuale o ha invece utilizzato tale espressione in senso ampio e al fine di sottoporre ai nuovi obblighi tutti i soggetti che opereranno (cioè “collaboreranno”) a qualsiasi titolo con le società di mediazione?

Qual è la sua opinione?
Dalla risposta a questa domanda dipenderà gran parte delle fortune e la stessa attuabilità del modello che la riforma intende propugnare. L’imposizione di un modello contrattuale troppo rigido tra società di mediazione e suoi “collaboratori” renderebbe infatti difficilmente sostenibile il nuovo sistema della mediazione creditizia sia sotto il profilo economico sia sotto quello organizzativo. Ma, come detto, su questo tema, come su molti altri, siamo solo al punto di partenza e attendiamo fiduciosi che l’Autority faccia chiarezza.

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Andrea Ciani: “Attendiamo la normativa secondaria per chiarire il ruolo dei collaboratori” ultima modifica: 2011-01-09T16:37:01+00:00 da Flavio Meloni

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