Anra: 74% dei risk manager italiani ha competenze certificate. Sono il 44% in Europa

L’Italia dà il buon esempio in campo di risk management. Il 42% dei risk manager italiani è responsabile del processo di enterprise risk management, curando attività quali lo sviluppo delle risk map (91%), l’implementazione e la diffusione della risk culture aziendale (82%), il disegno e lo sviluppo di misure di risk control e prevention (75%). I risk manager italiani sono inoltre i più qualificati, dal punto di vista accademico, a livello europeo: il 74% di loro, oltre ad avere una qualifica specifica in risk o insurance management, possiede anche una certificazione professionale nelle tematiche di risk management, o è in procinto di conseguirla, contro una media generale del 44%. È quanto emerge dall’edizione 2020 dello European risk manager report”, realizzato da Ferma (Federazione delle associazioni europee di risk management) e Pwc e presentato nel corso del recente webinar “I Risk e Insurance Manager in Europa e in Italia, tra ruolo presente e prospettive future” di Anra, Associazione nazionale dei risk manager.

Quella del risk manager è una figura in continua evoluzione, che deve adeguarsi con la massima prontezza al cambiamento dei rischi e alle loro priorità. L’emergenza covid ha inoltre contribuito a mettere in luce queste caratteristiche, facendo comprendere come per le aziende sia una necessità imprescindibile poter contare su una corretta mappatura dei rischi nel breve come nel lungo periodo. Secondo l’indagine di Ferma e PwC, tra i rischi maggiormente percepiti in Italia (le rilevazioni si riferiscono a febbraio 2020) sono da annoverare le minacce cyber (39%), le incertezze relative alla crescita economica (32%) e il furto o frode di dati (32%). Già nei prossimi tre anni, tuttavia, questa classifica è destinata a cambiare: secondo le previsioni, al primo posto troveremo le incertezze sulla crescita economica (26%), seguite dalla iper-regolamentazione (23%) e dalla velocità dei cambiamenti tecnologici (21%), oltre alle implicazioni che inevitabilmente deriveranno dagli effetti della pandemia globale.

La percezione cambia radicalmente se ci si proietta in uno scenario di dieci anni in avanti: il 16% vede come principale rischio il cambiamento nelle abitudini dei consumatori, mentre in parallelo emerge una forte consapevolezza sulle tematiche legate ad ambiente e sostenibilità, come eventi meteo estremi (14%) e cambiamenti climatici e danni ambientali (11%).

Su queste tematiche sono emersi dati molto rilevanti, complici anche le politiche europee green che incentivano le aziende a definire comportamenti più virtuosi sulle tematiche ambientali e più in generale di sostenibilità. I risk manager italiani si confermano particolarmente attenti, rispetto ai colleghi europei: il 46% di loro, infatti, ricopre un ruolo specifico relativamente al presidio delle tematiche esg (environmental, social e governance) e alla gestione dei rischi correlati, contro il 27% del resto d’Europa. In tale prospettiva, per riuscire ad integrare efficacemente le tematiche esg nel processo di risk management, i professionisti del rischio si trovano ad affrontare sfide importanti, in primis la difficoltà nell’inquadrare puntualmente i rischi di sostenibilità, in relazione alla loro natura (81%) e la conoscenza ancora in parte limitata degli stessi (70%), così come la necessità di implementare meccanismi efficaci di collaborazione tra gli specialisti dei due ambiti e garantire supporto e commitment da parte del vertice aziendale.

“Come associazione, ci eravamo posti l’obiettivo di svincolare il risk manager da una visione prettamente assicurativa, lavorando per una diffusione della cultura del rischio dal punto di vista finanziario e qualitativo. I risultati della survey Ferma – Pwc confermano questo trend di crescita: la figura del risk manager continua ad evolversi e ad assumere un ruolo sempre più strategico in azienda – commenta Alessandro De Felice, presidente Anra -. Da quando abbiamo fondato Ferma nel 1974, assieme ad altri rappresentanti europei del comparto, la nostra community in Italia non ha fatto che crescere, sia a livello numerico che di attività, e oggi ci troviamo addirittura ad essere innovatori rispetto a quei Paesi in cui la cultura del rischio era molto più consolidata. Un risultato di cui siamo davvero orgogliosi, che ci dà una chiara conferma di quello che possiamo fare guardando al futuro come opportunità”.

Riteniamo che la capacità di generare ‘trust’ negli stakeholder passi sempre di più dalla capacità delle organizzazioni di proteggere il valore aziendale nel breve come nel lungo periodo. Questo muove inevitabilmente dalla capacità delle aziende non solo di intercettare con tempestività i rischi aziendali, ma anche di gestirli efficacemente – osserva Massimiliano Pizzardi, partner della practice risk assurance di Pwc Italia -. Come Pwc Italia ci poniamo da sempre come obiettivo primario quello di costruire fiducia nella società e contribuire a risolvere problemi importanti. Per questo motivo, in un contesto di continua evoluzione, la nostra attenzione è massima nel dare contributi di valore ai board e ai professionisti del rischio, al fine di rafforzare e ottimizzare i processi di governance e risk management, adeguare le competenze necessarie e gli strumenti di supporto, anche attraverso un osservatorio continuo sulle best e common practices”.