Assicurazioni sulla vita: le recenti pronunce della Cassazione in materia di clausole vessatorie e privacy dei beneficiari

Silvia Colombo, Zitiello e AssociatiCon sentenza n. 17024 del 20 agosto scorso, la Corte di Cassazione Civile ha sancito la vessatorietà di alcune clausole, frequentemente incluse nei contratti di assicurazione sulla vita distribuiti sul mercato che, accrescendo gli adempimenti a carico del beneficiario, finiscono per aggravare e rallentare il processo di liquidazione della prestazione assicurativa.

La pronuncia della Corte si è concentrata, nello specifico, su quelle previsioni contrattuali che impongono un inutile quanto opprimente carico sul beneficiario, peraltro neanche compensato da un concreto vantaggio per l’assicuratore, che non sia la mera frapposizione di ostacoli al pagamento dell’indennizzo dovuto.

“Le clausole vessatorie determinano a carico dei beneficiari delle polizze uno squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto – spiega l’avvocato Silvia Colombo, dello studio legale Zitiello e Associati, specializzata nel settore assicurativo -. La nuova sentenza della cassazione, in particolare, ha ritenuto essere vessatorie, ad esempio, quelle previsioni che impongono al beneficiario di formulare la domanda di pagamento della prestazione su un modulo predisposto dall’assicuratore, poiché si pongono in contrasto col principio di libertà delle forme che permea l’intera materia delle obbligazioni. In base alla nuova sentenza, i contratti non dovrebbero più prevedere che la richiesta di indennizzo debba essere necessariamente sottoscritta presso l’intermediario assicurativo (“l’Agenzia di competenza”), in quanto trattasi di una disposizione che la Corte considera in violazione addirittura della libertà personale e di movimento del beneficiario, imponendogli di fatto una servitù personale senza nessun beneficio o vantaggio per l’assicuratore. È ancora ritenuta vessatoria la clausola che impone di produrre una relazione medica sulla morte dell’assicurato, poiché tale previsione non solo ha un impatto per i beneficiario in termini di costi ma lo grava altresì di un onere probatorio che spetterebbe all’impresa di assicurazione. Ricorda infatti la Corte che il beneficiario ha il solo obbligo di provare l’avverarsi del rischio (i.e. la morte dell’assicurato) mentre spetta all’assicuratore provare del caso che il decesso è avvenuta per cause che ne escludono l’indennizzabilità.  È ancora ritenuto opprimente il dover produrre, a semplice richiesta, le cartelle cliniche relative ai ricoveri della persona deceduta, dal momento che tale disposizione è per un verso di sconfinata latitudine, in quanto, non ponendo limiti temporali, facoltizza l’assicuratore, in teoria, a domandare finanche cartelle cliniche relative a ricoveri subiti dal portatore di rischio in gioventù o comunque molti anni prima del decesso; per altro verso addossa al beneficiario l’onere economico di estrazione delle relative copie, e l’onere materiale di contrastare eventuali eccezioni di insostenibilità che la struttura sanitaria potrebbe opporgli, invocando le norme a tutela della riservatezza.  Secondo la sentenza è irrilevante per l’assicuratore conoscere lo “stato successorio” del deceduto e, dunque, ricevere un atto notorio, posto che il beneficiario acquista il diritto all’indennizzo jure proprio e non jure haereditario. Infine, è valutato come inutilmente gravoso anche il dover trasmettere all’assicuratore l’originale della polizza, in quanto l’assicuratore deve essere necessariamente già in possesso di tale documento. L’unica esigenza dell’assicuratore è quella di accertare l’identità personale del richiedente l’indennizzo, fine per il quale il possesso della polizza è irrilevante”.

Secondo lo studio legale Zitiello sarebbe dunque opportuno che le imprese di assicurazione ponessero in essere un’attenta analisi della contrattualistica in uso e delle proprie procedure liquidative, al fine di verificarne la conformità rispetto all’indirizzo interpretativo assunto dalla Suprema Corte.

Di rilievo è poi la recentissima sentenza della Cassazione Civile, n. 17790 dell’8 settembre scorso, con la quale la Corte ha ritenuto che, tra i dati relativi alle persone decedute ai quali hanno diritto di accesso gli eredi, non rientrano quelli identificativi di terze persone, categoria della quale farebbero parte anche i beneficiari della polizza vita stipulata dal de cuius (art. 9, comma 3, d.lgs. n. 196/2003 – Testo unico sulla privacy).

Nel caso in esame – conclude l’avvocato Silvia Colombo – l’erede del defunto aveva richiesto all’assicuratore chi fosse il beneficiario della polizza vita stipulata da quest’ultimo, con il solo scopo di impugnare il contratto per incapacità di intendere e di volere del contraente poi defunto. Da più parti ci si chiede però se l’interpretazione fornita dalla Corte rispetto al caso sopra descritto, possa essere fatta altresì valere laddove gli eredi richiedessero all’impresa di assicurazione di rivelare loro il nome del beneficiario della polizza al fine far valere nei suoi confronti un proprio diritto rispetto, ad esempio alla lesione della quota di legittima ad essi spettante ai sensi di legge”.

Assicurazioni sulla vita: le recenti pronunce della Cassazione in materia di clausole vessatorie e privacy dei beneficiari ultima modifica: 2015-09-14T11:08:07+00:00 da Valentina Petracca

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