Banche, Bnl: il differente rientro del sostegno pubblico in Europa e negli Usa

Procede a ritmo difforme il processo di ridimensionamento della spesa pubblica a supporto del mondo bancario globale: in Francia e in Italia è ben avviato, se non già completato; negli Stati Uniti l’attività di supporto, molto ampia nella fase più acuta della crisi, risulta sensibilmente ridotta; nel Regno Unito e in Germania non sembrano ancora sussistere le condizioni necessarie per poter avviare il disimpegno del settore pubblico. È quanto emerge dal Focus settimanale del servizio studi di Bnl, gruppo Bnp Paribas, del 13 maggio scorso.

Durante la recente crisi finanziaria in molti paesi il sostegno pubblico ai sistemi bancari nazionali si è rivelato un importante fattore di stabilizzazione. Il disimpegno dello Stato da questa funzione di supporto costituisce quindi un significativo indicatore dei progressi compiuti verso il ritorno ad una condizione di normale funzionamento dei sistemi finanziari” precisa il curatore dell’analisi Silvano Carletti.

In Francia e Italia non più necessario il sostegno pubblico
In Francia a gestire gli interventi di sostegno al sistema finanziario nazionale è stata soprattutto la SPPE (Société de Prise de Participation de l’Etat), istituzione creata nell’ottobre 2008. La SPPE ha sottoscritto azioni ordinarie, azioni privilegiate e titoli ibridi conteggiabili tra le risorse Tier 1 emessi da gruppi bancari nazionali per rafforzare il proprio patrimonio, titoli in tutti casi privi di diritto di voto. Accettando questi fondi le banche si sono formalmente impegnate ad accrescere i loro prestiti annuali del 3-4% a favore di imprese e famiglie. Con il rimborso effettuato all’inizio del 2011 da BPCE (Banques Populaires & Caisses d’Epargne), il più ampio beneficiario di questo sostegno, tutti i fondi messi a disposizione dal governo francese (21,5 miliardi di euro) risultano restituiti. Si calcola che il rendimento incassato sui titoli sottoscritti abbia consentito allo stato francese un profitto di circa 1,1 miliardi. A fianco della SPPE, ha operato anche la SFEF (Société de Finacement de l’Economie Française), un’istituzione costituita con il contributo delle maggiori banche francesi e la cui attività è consistita nell’offrire, a fronte di una commissione, una garanzia sulle obbligazioni a medio termine (fino a cinque anni) emesse da istituzioni finanziarie francesi.
L’Italia si trova in una condizione non troppo diversa da quella francese. Il limitato impatto della crisi finanziaria ha sollecitato un’azione pubblica di rafforzamento patrimoniale del sistema bancario complessivamente contenuta. L’intervento si è concretizzato soprattutto nell’emissione dei cosiddetti Tremonti bond, obbligazioni convertibili (su richiesta dell’emittente), senza scadenza e quindi conteggiabili come patrimonio core tier 1. Su questi titoli viene corrisposto un rendimento coerente con quanto richiesto in proposito dalla Commissione Europea. Come in Francia, gli istituti di credito che si sono avvalsi di questo sostegno hanno sottoscritto un documento che li impegna ad incrementare in misura concordata i finanziamenti a favore di famiglie e imprese. Tra i quattro gruppi bancari che hanno adottato questa forma di rafforzamento patrimoniale uno ha avviato la procedura di rimborso mentre altri due stanno considerando questa possibilità.

Negli Stati Uniti il sostegno pubblico è in graduale ridimensionamento
Negli Stati Uniti il perno dell’intervento pubblico a sostegno del sistema finanziario è stato il TARP (Troubled Asset Relief Program), messo a punto nell’ottobre 2008 con l’obiettivo di favorire, oltre al rafforzamento del comparto finanziario, anche l’attenuazione dell’impatto della crisi in altri contesti (da quello dei sottoscrittori di mutui trovatisi in difficoltà al sostegno all’industria automobilistica). La dotazione del TARP, inizialmente fissata a 700 miliardi di dollari, è stata nei mesi scorsi ridotta a 475 miliardi, importo corrispondente agli impegni di erogazione già assunti.
Il supporto al sistema finanziario americano offerto dal TARP si è concretizzato in alcuni specifici progetti, tra i quali il Systemically Significant Failing Institutions Program, di fatto identificabile con il salvataggio (ricapitalizzazione di circa 70 miliardi di dollari) del grande gruppo assicurativo AIG, ora controllato dallo Stato per il 92%.
L’obiettivo del rafforzamento del sistema bancario nazionale è stato delegato soprattutto ad altri due programmi. Il primo ha avuto per oggetto Citigroup e Bank of America, di cui il TARP ha temporaneamente sottoscritto importanti aumenti di capitale. Finita la fase più delicata dell’emergenza questi titoli sono stati ricollocati sul mercato con un totale recupero delle risorse impiegate (40 mld) e un rilevante profitto (oltre 12 mld nel caso della sola Citigroup).
L’intervento pubblico di sostegno al sistema bancario statunitense di gran lunga più ampio è stato rappresentato dal Capital Purchase Program, che ha permesso il rafforzamento patrimoniale di 707 istituzioni per un ammontare complessivo di 205 miliardi di dollari, un importo pari a oltre due quinti dei fondi TARP effettivamente utilizzati. Alla fine del marzo scorso 179 miliardi di dollari, l’88% del totale, risultavano già restituiti. Sui fondi erogati sono stati percepiti rendimenti elevati (in media oltre il 10% nel caso dei 15 maggiori utilizzatori).
Nei mesi più difficili della crisi (ultimo trimestre 2008) la stampa economica americana arrivò ad ipotizzare che l’intervento pubblico avrebbe determinato un impegno prossimo ai 7.500 miliardi di dollari, una cifra superiore al 50% del Pil del paese e oltre 30 volte la spesa sostenuta per il salvataggio delle casse di risparmio negli anni 1980-90 (3,2% del Pil). L’onere effettivo degli interventi di sostegno al sistema finanziario si prospetta molto inferiore: a metà dello scorso anno un documento del dipartimento del Tesoro ipotizzava un costo finale di 89 miliardi, meno dell’1% del Pil.
Non sarebbe corretto sulla base dei dati appena forniti concludere che il sistema bancario statunitense è prossimo all’uscita dalla crisi. Le 76 banche che hanno rimborsato interamente i fondi TARP sono, in misura prevalente, di grande dimensione – precisa l’analisi dell’ufficio studi di Bnl -. Altri 631 istituti devono ancora completare i rimborsi e in un centinaio di casi non stanno rispettando i programmi concordati. I grandi gruppi bancari statunitensi, se da un lato hanno più velocemente recuperato un migliore equilibrio finanziario per effetto soprattutto di una profittevole attività di trading finanziario, dall’altro lato sono anche essi ancora lontani dall’aver completato il processo di dismissione delle attività ritenute non più integrabili nel core business e/o delle attività prive di un effettivo mercato (le cd attività di classe 3)”.
In condizione di forte sofferenza continuano a trovarsi molti istituti di credito di minore dimensione: nel biennio 2009-10 negli Stati Uniti sono fallite 297 istituzioni di credito e alla fine dello scorso anno altre 900 (titolari congiuntamente di un attivo inferiore a 400 mld) erano tenute sotto stretta sorveglianza (problem list) dalla FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation).

Nel Regno Unito e in Germania il ridimensionamento del sostegno pubblico è ancora lontano
Nel Regno Unito l’intervento pubblico di sostegno al sistema finanziario è stato affidato all’UKFI (UK Financial Investment) costituito nel novembre 2008. Nei casi di Northern Rock e Bradford & Bingley si è giunti ad una completa nazionalizzazione; per Royal Bank of Scotland e Lloyds Banking Group l’intervento ha assunto la forma di una rilevante partecipazione nel capitale: rispettivamente l’84% e il 41%. “L’investimento in questi due grandi gruppi bancari è risultato complessivamente pari a £66 mld (£45,5 e £20,3 mld, rispettivamente), intervento che nel caso di RBS si è aggiunto alla concessione di una garanzia pubblica per possibili perdite su un rilevante portafoglio (£282 mld) di particolari attività finanziarie (Asset Protection Scheme) – spiega lo studio di Bnl -. Nel concordare quest’ultima forma di sostegno RBS ha sottoscritto l’impegno (legally enforceable) a mantenere determinati volumi di finanziamento all’economia”.
Come di nuovo dimostrato dai risultati relativi al primo trimestre 2011, per entrambi i gruppi bancari la riacquisizione di un sostenibile equilibrio è obiettivo non ancora raggiunto: il bilancio 2010 della RBS si è chiuso con una nuova perdita di 1,1 miliardi di sterline (3,6 mld nel 2009), mentre quello di Lloyds Banking Group ha registrato un utile lordo di 2,2 miliardi di sterline, ma solo escludendo alcune partite straordinarie (altrimenti l’utile lordo sarebbe stato quasi nullo).
Come per tutte le altre realtà bancarie europee che hanno beneficiato di un determinante intervento di sostegno pubblico (quasi 40 a fine marzo 2010), anche i due gruppi inglesi sono impegnati a realizzare un programma di ristrutturazione concordato con la Commissione Europea, programmi che prevedono oltre alla rinuncia a qualsiasi espansione anche la cessione di importanti attività e il forte ridimensionamento delle reti distributive (diverse centinaia di sportelli)” aggiunge la relazione.
In alcune fasi dell’ultimo anno UKFI risultava aver maturato una plusvalenza contabile sulle partecipazioni acquisite nei due gruppi, plusvalenza ora scomparsa: la differenza tra la quotazione delle azioni e il costo medio di carico è, infatti, attualmente negativa sia nel caso di RBS (-8%) sia in quello di Lloyds Banking Group (meno del 5%). “Al di là di questo dettaglio, l’insormontabile difficoltà che impedisce a UKFI di avviare le operazioni di dismissione è costituita dalla evidente prevalenza dei venditori nell’attuale fase di mercato – argomenta -. Le accresciute esigenze patrimoniali derivanti da Basilea 3 e/o l’indebolimento di molte componenti reddituali fanno ritenere che questa fase si protrarrà a lungo”.

In Germania il sostegno pubblico del sistema finanziario è stato affidato al SoFFIN (Sonderfonds Finanzmarktstabilisierung) anche esso costituito nell’ottobre 2008. Non diversamente dagli altri paesi le direttrici di intervento del SoFFIN sono state due: da un lato favorire una normale attività di raccolta offrendo una garanzia di rimborso su titoli (con scadenza fino a 60 mesi) emessi dalle istituzioni finanziarie nazionali, dall’altro lato attuare interventi di ricapitalizzazione. La dimensione finanziaria massima è stata fissata a 400 miliardi di euro nel primo caso, a 80 miliardi di euro nel secondo. Gli istituti di credito che hanno richiesto interventi di ricapitalizzazione appartengono in misura prevalente al settore pubblico ma il beneficiario di gran lunga più importante è risultato Commerzbank. Per effetto dell’aiuto ricevuto (18,2 mld) lo Stato tedesco è diventato il primo azionista di questo gruppo (25% del capitale + 1 azione), seppure “silenzioso” (senza diritto di voto se non in casi straordinari).
Anche nel caso tedesco i piani di ristrutturazione concordati con le autorità della Ce si prospettano impegnativi – spiega la relazione dell’ufficio studi di Bnl -.
Alle banche pubbliche è richiesto spesso un significativo mutamento nell’assetto proprietario (la WestLB, ad esempio, dovrà aprirsi in misura sostanziale all’azionariato privato). Commerzbank, da parte sua, dovrà per tre anni rinunciare a qualsiasi acquisizione e procedere a importanti cessioni compresa quella di EuroHypo (leader europea nel campo dei mutui e dei finanziamenti agli enti pubblici) con la conseguente riduzione dell’attivo di bilancio a €600 mld dai circa €1.100 mld rilevati a fine 2008”.
Se nel caso di Hypo Real Estate si è arrivati ad una completa nazionalizzazione, molti dei maggiori gruppi bancari tedeschi continuano a trovarsi in una situazione di debolezza patrimoniale e reddituale. “La fase di disimpegno dello stato appare quindi lontana con la sola eccezione di Commerzbank che, dopo aver chiuso in utile il bilancio 2010 (1,4 mld) ha annunciato di voler effettuare un rilevante aumento di capitale destinato al graduale riacquisto dei titoli in mano pubblica. Questa operazione avrà conseguenze non secondarie sotto il profilo reddituale considerato che la partecipazione silenziosa prevede un rendimento del 9% negli anni in cui il bilancio chiude con un utile” conclude l’analisi.

Banche, Bnl: il differente rientro del sostegno pubblico in Europa e negli Usa ultima modifica: 2011-05-30T07:15:00+00:00 da Flavio Meloni

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