Banking on climate chaos: le banche continuano a finanziare i combustibili fossili. La classifica delle big 60 e gli impegni di Intesa e Unicredit

In sei anni le 60 banche più grandi del mondo hanno concesso al settore delle fonti fossili 4.600 miliardi di dollari. Lo ha rivelato il report “Banking on climate chaos”, diffuso ieri da sei organizzazioni non governative: Rainforest Action Network, BankTrack, Sierra Club, Indigenous Environmental Network, Oil Change International e Reclaim Finance.

Il rapporto esamina i finanziamenti concessi dalle banche commerciali e di investimento all’industria dei combustibili fossili e ha rilevato come anche nel 2021, anno in cui gli impegni nei confronti dell’ambiente sono stati di gran moda, il settore finanziario abbia continuato a sostenere i combustibili fossili a livelli addirittura superiori a quelli del 2016, anno successivo all’adozione dell’accordo di Parigi.

La classifica

Il flusso di finanziamenti, secondo i dati del Banking on climate chaos, continua ad arrivare principalmente dalle banche americane e, in particolare, dai 4 istituti che da soli hanno erogato un quarto dei finanziamenti fossili dal 2016 al 2021, e cioè JPMorgan Chase (382.403 miliardi di dollari in 6 anni), Citi (285.370), Wells Fargo (271.819) e Bank of America (232.011). Ma non manca il coinvolgimento delle banche di altri Paesi. Al quinto posto della classifica figura infatti la canadese Rbc (201.229 miliardi di dollari in 6 anni), al sesto la giapponese Mufg (181.495) e al settimo Barclays (166.741) con il valore più elevato tra gli istituti di credito europei.

Per l’Italia nella classifica sono state inserite Unicredit e Intesa Sanpaolo, che figurano rispettivamente al 37° e al 43° posto della classifica delle 60 banche più grandi del mondo che hanno finanziato il comparto delle fonti fossili. Unicredit ha concesso complessivamente 36.199 miliardi di dollari (passati dai 6.049 del 2016 ai 4.742 del 2021); Intesa Sanppaolo 17.934 miliardi di dollari (passati da 4.320 del 2016 a 3.695 nel 2021).

Il 2021, l’anno dell’ipocrisia

Il rapporto non esita a definire il 2021 come l’anno dell’ipocrisia. “Nell’anno degli impegni al ‘net zero’ entro il 2050, le banche si sono date delle pacche sulle spalle per aver adottato degli obiettivi a una generazione di distanza, posticipando una seria azione per il clima – precisa il Banking on climate chaos -. Delle 60 banche prese in esame, 28 hanno finanziato l’espansione delle 20 più grandi compagni di estrazione di petrolio e gas. Ad aprile 2021 20 di esse si erano impegnate individualmente a raggiungere il ‘net zero’ entro il 2050 e/o avevano aderito alla Net-Zero Banking Alliance in qualità di membro fondatore. L’impegno era stato sottoscritto anche da Mufg. Ad aprile aveva aderito anche Crédit Agricole. E a ottobre Intesa Sanpaolo, JPMorgan Chase, RBC e UniCredit”.

Gli impegni di Intesa Sanpaolo

Il rapporto Banking on climate chaos ha preso in esame anche gli impegni delle banche per ridurre gli investimenti nei combustibili fossili. Nel dettaglio riporta che a luglio 2021 Intesa Sanpaolo ha aggiornato la propria politica su petrolio e gas, “che mira a escludere il sostegno finanziario a 3 settori oil and gas non convenzionali, attraverso una riduzione progressiva e una strategia di phase-out entro il 2030.

Le organizzazioni non governative non ritengono sufficiente l’impegno a escludere le società ‘con ricavi significativi’ dai settori non convenzionali. “La banca italiana dovrebbe ora smettere di finanziare tutti i progetti rivolti a petrolio e gas, non solo quelli non convenzionali, ed escludere le società con piani di espansione nel comparto del petrolio e del gas. Infine, per dare reale credibilità al proprio impegno nei confronti della Net Zero Banking Alliance, la banca dovrebbe adottare una strategia di eliminazione graduale dall’industria petrolifera e del gas secondo un orizzonte temporale specifico, in linea con i principi di equità e una tempistica di 1,5°C”, aggiungono.

Per quanto concerne l’impegno sul carbone, il rapporto segnala come Intesa Sanpaolo abbia aggiornato la propria politica aziendale a luglio 2021. “La nuova politica esclude gli sviluppatori di centrali a carbone ma non più gli sviluppatori di miniere di carbone e solo alcuni prestiti, non le sottoscrizioni. Ha anche ritirato le soglie di esclusione immediata per le società elettriche a carbone (30% Ocse/50% a livello mondiale) e ha adottato invece una soglia del 35% a livello globale, quindi più alta rispetto all’Ocse, e solo nel 2030”. L’impegno viene considerato insufficiente per raggiungere gli obiettivi climatici fissati dall’accordo di Parigi. “La banca deve applicare urgentemente la sua politica anche alle operazioni in corso. Deve escludere immediatamente tutti gli sviluppatori di carbone, adottare soglie di esclusione immediate e rigorose a livello aziendale sull’energia a carbone e predisporre una strategia per uscire completamente dal carbone al più tardi entro il 2030 in Europa e nei Paesi dell’Ocse e nel 2040 in tutto il mondo. Molto resta da fare”, dichiarano le organizzazioni non governative.

L’analisi completa della politica sul carbone di Intesa Sanpaolo sul sito di Reclaim Finance.

Gli impegni di Unicredit. La banca perde la stella di best practice nella politica sul carbone

Unicredit ha aggiornato il suo impegno per il petrolio e il gas del 2019 a gennaio 2022. Il report riporta come la politica del gruppo bancario miri principalmente a escludere il sostegno finanziario ai settori del petrolio e del gas non convenzionali attraverso impegni a livello aziendale e di progetto e ad alcuni progetti convenzionali di petrolio e gas. I criteri che portano all’esclusione di progetti petroliferi e di gas non convenzionali sono giudicati solidi, “poiché coprono sia le attività a monte che quelle intermedie e proteggono i confini artici più completi e rilevanti per il clima, come definito dal programma di monitoraggio e valutazione dell’Artico”. La banca “deve ora andare oltre le esclusioni a livello di progetto e affrontare il problema dell’espansione, escludendo le società che continuano ad espandersi nel settore petrolifero e del gas”. Infine, secondo le organizzazioni non governative che hanno stilato il rapporto, per dare reale credibilità al proprio impegno nei confronti della Net Zero Banking Alliance, la banca dovrebbe “adottare una strategia di eliminazione graduale dall’industria petrolifera e del gas secondo un orizzonte temporale specifico, in linea con i principi di equità e una tempistica di 1,5°C, e con una data di phase-out intermedia del 2030 per petrolio e gas non convenzionali”.

Meno positivo il giudizio sulla politica di Unicredit sul carbone. Il Banking on climate chaos evidenzia che a gennaio la banca ha rivisto a ribasso i suoi impegni rispetto alla versione del 2020.

Pur escludendo ancora nuovi progetti di carbone, retrofit, sviluppatori di miniere, impianti, infrastrutture e società che acquistano asset di carbone, “ora prevede grandi eccezioni, ad esempio per le società tedesche”. Un pilastro giudicato forte nella politica del gruppo bancario è la richiesta obbligatoria che le aziende forniscano un piano per eliminare gradualmente il carbone entro il 2028, tuttavia “questa scadenza ora include anche alcune eccezioni per alcuni servizi finanziari, il che rappresenta un passo indietro”. Gli autori del report invitano dunque la banca ad “annullare i nuovi elementi che indeboliscono la sua politica, impegnarsi ad abbassare le soglie di esclusione nel tempo e richiedere che le strategie di phase-out prevedano la chiusura piuttosto che la vendita delle attività carbonifere”.

Non solo, Reclaim Finance esprime la sua amarezza per quella che definisce una stella cadente. “La politica adottata a settembre 2020 era tra le migliori pratiche quando è stata pubblicata, ma UniCredit ha finanziato la società ceca Eph nel 2021, il che era già una violazione della sua politica. L’attuazione di questa politica è quindi problematica ed è per questo che Reclaim Finance ha rimosso la stella della ‘best practice’ per UniCredit nel coal policy tool, ancor prima che la politica fosse successivamente indebolita”, conclude il report.

L’analisi completa della politica sul carbone di Unicredit sul sito di Reclaim Finance.

Il commento di Banca Etica

4.500 miliardi di dollari in 6 anni ai combustibili fossili da parte dei 60 maggiori gruppi bancari è una cifra enorme, e ancora più grave se si pensa che sono i 6 anni successivi alla firma dell’accordo di Parigi sul clima. Mentre la comunità internazionale finalmente sanciva l’urgenza di agire contro i cambiamenti climatici, banche e finanza andavano in direzione diametralmente opposta. Colpisce ancora di più vedere come molti di questi 60 gruppi bancari cerchino di presentarsi come sostenibili. Molti hanno persino rilasciato dichiarazioni su impegni per diventare ‘net zero’ in termini di emissioni. L’ennesima conferma dell’enorme greenwashing intorno al tema della sostenibilità in ambito finanziario, una sostenibilità vista come strumento di marketing ma non per riorientare il proprio business“, ha commentato il vicepresidente di Banca Etica, Andrea Baranes.