Bnl, focus sulla liquidità bancaria. Le possibili soluzioni per finanziare l’economia

Il rischio di liquidità bancaria

È l’incapacità di far fronte agli impegni di pagamento assunti a causa dell’impossibilità di liquidare proprie attività e/o di raccogliere nuove risorse sul mercato. La crisi ha messo in evidenza che la liquidità può venire a mancare in modo inaspettato con il conseguente proporsi di tensioni nel mercato finanziario. Peraltro, il rischio liquidità può materializzarsi come conseguenza di rischi di altra natura: rischio di credito (ad esempio, l’inaspettato fallimento di una importante controparte può determinare rilevanti ripercussioni sui flussi di pagamenti previsti), rischio di concentrazione (sia dal lato dell’attivo sia del passivo), rischio operativo, rischio reputazionale. La recente crisi finanziaria ha anche sottolineato che in un sistema finanziario sempre più ricco di interrelazioni, situazioni di forte tensione della liquidità bancaria possono essere originate anche da istituti di credito di dimensione relativamente contenuta.

La necessità di regole comuni

La crisi finanziaria ha mostrato la rapidità e l’intensità con cui il rischio di liquidità può manifestarsi e quali effetti può determinare sulla stabilità degli intermediari e dell’intero sistema. È quindi necessario individuare regole comuni per contenere questo pericolo. Non esistono infatti norme armonizzate né sistemi di monitoraggio omogenei.

Le nuove proposte del Comitato di Basilea

Il Comitato di Basilea nel 1992 ha dedicato a questo tema un apposito documento, poi rivisto e aggiornato nel 2000. Nel 2008 ha poi formulato una serie di raccomandazioni, ancorché non vincolanti, per una corretta gestione del rischio di liquidità, richiedendo un’adeguata diversificazione delle fonti di provvista, la costituzione di buffer di attività liquide di elevata qualità, l’utilizzo di stress test e l’elaborazione di contingency plans. Nel dicembre 2009 ha compiuto un ulteriore passo in avanti con la proposta di introdurre due requisiti regolamentari. Il primo prevede che le banche dispongano in modo continuativo di attività liquide di elevata qualità in misura sufficiente a coprire una situazione di acuto stress finanziario della durata di 30 giorni. Non dovrà, quindi, scendere sotto il 100% il rapporto tra ammontare di attività ad alto livello di liquidità e ammontare degli esborsi netti prevedibili nell’arco di 30 giorni (LCR, liquidity coverage ratio). Il secondo requisito proposto dal Comitato di Basilea è finalizzato a fronteggiare il rischio di liquidità in un’ottica di più lungo periodo e prevede il bilanciamento delle scadenze dell’attivo e del passivo lungo un orizzonte temporale di un anno. Il rispetto di questo secondo requisito si traduce nel mantenimento al di sopra della soglia del 100% del rapporto tra l’ammontare della raccolta stabile e l’ammontare delle attività con scadenza residua superiore all’anno (NSF, net stable funding ratio).

La reazione degli intermediari

La predisposizione di un adeguato presidio del rischio di liquidità comporta per le banche importanti interventi di rimodulazione dello stato patrimoniale con conseguenze sul conto economico. A titolo esemplificativo: l’accrescimento del rilievo delle attività liquide può avvenire attraverso interventi dal lato dell’attivo e/o del passivo. Per migliorare i ratios di liquidità l’intermediario potrebbe, a parità di altre condizioni, vedersi costretto a ridurre l’ammontare dei prestiti. Per contro, potrebbero aumentare gli investimenti in titoli pubblici, come già appare accadere secondo quanto testimoniano le statistiche della Banca dei Regolamenti Internazionali ove si segnala che nei primi tre trimestri del 2009 i titoli pubblici in mano alle banche internazionali sono aumentati di oltre 800 miliardi di dollari. Dal lato del passivo, la decisione di migliorare la liquidità potrebbe condurre a rimodulare le scelte di emissione e collocamento di titoli con eventuali conseguenze sulla minore capacità di collocamento di titoli di terzi. Sia dal lato dell’attivo sia da quello del passivo gli interventi non mancheranno di generare effetti sull’andamento del conto economico dell’intermediario.

L’esempio delle banche inglesi

L’Inghilterra ha sperimentato gli effetti di una situazione di grave carenza di liquidità bancaria. Pur avendo ridotto il suo attivo di quasi un terzo (-696 miliardi di sterline), la Royal Bank of ScotlandRbs) lo scorso anno ha quasi raddoppiato le sue riserve di liquidità (da 90 a 171 miliardi di sterline), portandole anche al di là dell’obiettivo fissato per il 2013 (150 miliardi circa). Queste riserve, la cui incidenza sul totale dell’attivo è quindi passata dal 4,1% del 2008 all’11,2% del 2009, sono costituite soprattutto da titoli pubblici (34%) e da liquidità o disponibilità presso la banca centrale (30%). Le risorse raccolte sul mercato all’ingrosso sono diminuite di un quinto, con una più marcata flessione di quelle con scadenza inferiore all’anno. Tra il 2008 e il 2009 lo squilibrio tra passività e attività per le scadenze inferiori all’anno si è dimezzato (da 218 a 106 miliardi). Il rapporto tra prestiti (al netto delle rettifiche) e depositi, pari a 154% ad ottobre 2008, si posiziona a fine 2009 a 135%, con un obiettivo nell’intorno del 100% da raggiungere entro il 2013. Adottando le metriche proposte dal Comitato di Basilea, la Rbs calcola che il suo Net Stable Funding ratio (NSFr) sia salito dal 79% del 2008 al 90% del 2009, un sostanziale progresso verso quel livello minimo del 100% prefigurato nella proposta. Per Rbs l’ampiezza della correzione delle grandezze si deve, oltre che alla volontà di anticipare i possibili interventi delle autorità di vigilanza, anche alla necessità di ridisegnare un gruppo bancario che, travolto dalla crisi finanziaria, è stato oggetto di uno dei maggiori salvataggi pubblici mai realizzati. Il governo britannico è infatti titolare del 70% del capitale ordinario.

Un altro esempio viene da Barclays, unico tra i grandi gruppi bancari britannici a non aver richiesto un intervento pubblico di salvataggio e capace di chiudere in utile il bilancio degli ultimi 2 anni. Nel 2009 la riserva di liquidità del gruppo è stata triplicata (a 127 miliardi rispetto ai 43 miliardi a fine 2008), arrivando a rappresentare il 9,2% del bilancio, oltre il 7% in più rispetto all’anno precedente. Questa riserva di liquidità è composta da titoli emessi o garantiti da istituzioni pubbliche (27%) e soprattutto da liquidità o disponibilità presso la banca centrale (64%). Il costo-opportunità determinato dal mantenimento di questa riserva è stimato pari a 650 milioni di sterline, poco più del 5% del margine di interesse registrato lo scorso anno. Il rapporto tra prestiti e raccolta da clientela è diminuito dell’8% (al 130%); se al denominatore si aggiunge la raccolta a più lungo termine il rapporto si posiziona all’81% (era al 93%). Entro la scadenza dei 12 mesi, l’eccedenza delle passività sulle attività risulta nell’ultimo anno ridotta di oltre un quarto.

Bnl, focus sulla liquidità bancaria. Le possibili soluzioni per finanziare l’economia ultima modifica: 2010-04-20T08:44:52+00:00 da Flavio Meloni

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