Ad aprile 2024 i tassi applicati ai prestiti alle imprese e ai mutui per l’acquisto di abitazioni in Europa sono rimasti stabili su livelli elevati. Ad aprile i tassi sui prestiti alle imprese non hanno subito variazioni, attestandosi al 5,18%, e si sono collocati solo lievemente al di sotto del picco del 5,27% raggiunto a ottobre 2023, in un contesto caratterizzato da eterogeneità tra paesi dell’area dell’euro e scadenze. È quanto si legge nel Bollettino economico diffuso oggi dalla Bce (Banca centrale europea).
“Sulla scia dell’inversione della curva dei rendimenti, i tassi sui prestiti con periodi di determinazione iniziale del tasso più lunghi hanno continuato a essere inferiori a quelli con periodi di determinazione brevi. Il differenziale fra i tassi di interesse sui prestiti di modesta entità e quelli sui prestiti di importo elevato alle imprese dell’area dell’euro si è ulteriormente ridotto ad aprile, collocandosi a 0,23 punti percentuali, il livello più basso dall’inizio della pandemia, rispecchiando tassi inferiori sui prestiti di modesta entità e tassi invariati sui prestiti di importo elevato”, precisa l’analisi.
Dopo quattro cali consecutivi, i tassi sui nuovi prestiti alle famiglie per l’acquisto di abitazioni sono rimasti invariati al 3,8% ad aprile, e al di sotto del livello massimo del 4,02% osservato a novembre 2023. “Tale stabilizzazione ha interessato tutti i segmenti delle scadenze. Ad aprile i tassi bancari sui nuovi prestiti al consumo concessi alle famiglie sono lievemente aumentati rispetto ai livelli di marzo e in un contesto di volatilità, mentre quelli sui prestiti alle imprese individuali hanno registrato una lieve diminuzione”, prosegue la Bce.
Rischio di credito e condizioni del credito bancario
Il rischio di credito è aumentato gradualmente negli ultimi trimestri, ma non ha raggiunto i livelli di deterioramento implicati dalle misure complessive del rischio di credito bancario basate sulle regolarità storiche, date le deboli prospettive economiche per l’area dell’euro, l’aumento dei tassi di interesse e il crescente numero di fallimenti. Secondo la Bce “sia la quota di crediti deteriorati sia le misure più ampie del rischio di credito, come le posizioni che presentano lievi ritardi di pagamento e i crediti in deterioramento (Stadio 2), sono aumentate costantemente negli ultimi trimestri, con una certa eterogeneità tra paesi dovuta, ad esempio, alle diverse esposizioni verso settori più sensibili ai tassi di interesse, come il settore immobiliare non residenziale. Tuttavia, l’aumento è rimasto nel complesso contenuto”. Inoltre, le probabilità di insolvenza sulle esposizioni nei bilanci delle banche sono aumentate poco dall’inizio del recente ciclo di inasprimento della politica monetaria, nonostante l’aumento dell’onere per i tassi di interesse e il peggioramento delle prospettive economiche. In generale, “i tassi di insolvenza segnalati sono inferiori ai livelli che ci si potrebbe attendere in base alle regolarità storiche, date le attuali prospettive macroeconomiche”.
L’evoluzione positiva del rischio di credito nei bilanci delle banche può essere “in parte riconducibile al fatto che, dall’inizio del ciclo di inasprimento, le banche hanno attivamente riallocato i propri portafogli a favore di attività più sicure”. Se si esaminano i portafogli di prestiti bancari alle imprese a partire dalla fine del 2021, come riportati in AnaCredit, la centrale dei rischi dell’area dell’euro, è stato effettivamente registrato un deterioramento del merito di credito dei prenditori, probabilmente di riflesso ai maggiori oneri sui tassi di interesse e al graduale indebolimento delle condizioni macroeconomiche.
“Ci si sarebbe potuti aspettare che ciò determinasse un marcato deterioramento dei portafogli di prestiti delle banche – si legge nel Bollettino economico della Banca centrale europea -. Tuttavia, oltre alla contrazione generalizzata dell’offerta di credito dall’inizio dell’inasprimento della politica monetaria, le banche hanno trasferito selettivamente l’erogazione del credito a favore di controparti più sicure nei loro portafogli di prestiti alle imprese. Tale riequilibrio ha più che compensato il deterioramento passivo della qualità delle esposizioni bancarie derivante dalle variazioni del merito di credito delle controparti preesistenti. Di conseguenza, la quota di prestiti meno rischiosi nei portafogli di prestiti alle imprese è di fatto aumentata, determinando un deterioramento inferiore al previsto della qualità complessiva dei prestiti in essere. Ciò è altresì in linea con l’aumento dell’avversione al rischio, segnalato dalle banche nell’indagine sul credito bancario nell’area dell’euro, dall’inizio del ciclo di inasprimento, associato a un aumento della percezione del rischio”.
Secondo la Bce, l’impatto di attività più sicure e potenzialmente più liquide considerate più appetibili si è esteso anche al ribilanciamento delle attività a favore delle disponibilità in titoli anziché dei prestiti, il che riflette in larga misura l’attività di cartolarizzazione.
Una riallocazione dei portafogli delle banche a favore di attività più sicure potrebbe riflettere i loro tentativi di contenere il costo del rischio di credito evitando un più marcato aumento degli accantonamenti per perdite di valore e misure più ampie del rischio di credito. “Dopo aver raggiunto livelli record all’indomani della crisi finanziaria mondiale e della crisi del debito sovrano, il costo del rischio di credito è rimasto contenuto negli ultimi anni – spiega il report -. A seguito dell’accresciuta pressione esercitata dalle autorità di vigilanza, le banche hanno intrapreso sforzi onerosi per risanare i bilanci e hanno dovuto affrontare un esame costante delle loro prassi di gestione del rischio. I costi legati al rischio di credito, unitamente ad altre inefficienze operative, hanno contribuito a bassi livelli di redditività, a un elevato costo del capitale di rischio e a una mancanza di distribuzione del capitale negli anni che hanno preceduto il recente ciclo di inasprimento, soprattutto durante le crisi passate”. Pertanto, un’accentuata avversione al rischio sarebbe coerente con gli sforzi delle banche volti a contenere il costo del rischio di credito, al fine di raggiungere livelli di redditività che consentirebbero loro di continuare a distribuire capitale agli investitori.
Attualmente, grazie a queste strategie bancarie adattive, gli accantonamenti per perdite di valore e le misure più ampie del rischio di credito restano contenuti nonostante il rinnovato controllo da parte delle autorità di vigilanza e dei mercati. Per lo stesso motivo, “gli accantonamenti per perdite di valore e le misure del rischio di credito nei bilanci delle banche hanno parzialmente perso la capacità di riflettere appieno fino a che punto l’inasprimento della politica monetaria ha interessato imprese e famiglie”. Ciò suggerisce come sia necessaria una visione più olistica della trasmissione della politica monetaria all’economia reale. “Probabilmente ciò riflette anche il fatto che, all’inizio del ciclo di inasprimento, i bilanci delle imprese e delle famiglie si trovavano in una situazione favorevole che, insieme alla forte redditività e all’occupazione, potrebbero aver impedito un maggiore deterioramento del merito di credito”, conclude il Bollettino.






















