Crif: migliorare il coordinamento tra banche contro i non performing loan

Crif LogoDal 2008 ad oggi, in Italia, l’ammontare delle esposizioni deteriorate è sostanzialmente quadruplicato, mentre più che quadruplicato è il rapporto tra sofferenze lorde e impieghi bancari (a loro volta pari all’incirca al Pil) ormai superiore al 10%.

Visti i riflessi sistemici del problema, è naturale che le autorità di vigilanza e il governo se ne stiano occupando attivamente. Da un lato sollecitano le banche a organizzarsi per gestire il fenomeno e rafforzare le basi informative per il monitoraggio e la gestione dei crediti deteriorati, dall’altro intervengono per promuovere lo smaltimento dei Npl ed accelerarne i processi di recupero.

Così, ad esempio, la Bce ha recentemente redatto alcune “linee guida” per la buona gestione dei crediti deteriorati, chiarendo le aspettative della Vigilanza bancaria per il futuro. La Banca d’Italia è scesa in campo per spiegare agli osservatori internazionali le peculiarità del contesto italiano, mentre l’Associazione Bancaria Italiana ha richiesto maggiore equità nei confronti tra banche di diversi Paesi. L’Eba ha messo a punto linee guida e standard per pervenire a definizioni uniformi di “sofferenze” e “crediti deteriorati” valide per tutta l’Unione Europea.

Pur con qualche difficoltà, il mercato delle cessioni di Npl si è dimostrato vivace, e ha visto l’attiva partecipazione di investitori specializzati, banche e società specializzate.

Il convegno “I non-performing loans tra politiche di vigilanza e mercato”, promosso oggi dall’Università Cattolica con la comunità di thecreditriskclub.it e con Crif ha messo a confronto le posizioni di questi diversi soggetti, facilitando un confronto tecnico che agevoli la ricerca di soluzioni e strumenti per superare l’emergenza.

Perché ci sono tante sofferenze nei bilanci delle banche?

L’elevato stock di Npl deriva dalla crescita delle nuove sofferenze e dalla sostanziale stabilità dei tassi di estinzione. Il primo elemento risente della capacità reddituale e patrimoniale dei debitori; da questo punto di vista la situazione resta critica, posto che il tasso di disoccupazione, se pur in lieve calo nell’ultimo triennio, a fine 2016 si attesta al 11,5% (al terzultimo posto nell’Area Euro) mentre il numero dei fallimenti nel 2016, pur inferiore al picco del 2014 (circa 13.500 contro 15.300) resta comunque doppio rispetto al 2007.

La stabilità dei tassi di estinzione risente dell’elevata durata media (circa 7 anni) dei recuperi, anche a causa delle lentezze del sistema giudiziario italiano. Quest’ultima criticità è stata affrontata con nuove normative (come i decreti legislativi 83/2015 e 59/2016) e investimenti in digitalizzazione (si pensi ai nuovi servizi presenti sul portale del ministero della Giustizia). Secondo i dati presentati da Crif, la durata media delle procedure fallimentari è stata di circa cinque anni nel 2016, in calo del 3% sull’anno precedente. Per le procedure esecutive immobiliari si registra, invece, una durata media di 5,0 anni (4,4 al Nord, 6,4 al Sud), sostanzialmente stabile rispetto al 2015. Per generare miglioramenti stabili e consistenti, serviranno tempo e ulteriori investimenti.

Cosa possono fare le banche?

Oltre a ridurre la durata dei contenziosi, le banche devono ovviamente attrezzarsi per massimizzare i recuperi, che dipendono dalle caratteristiche delle esposizioni in sofferenza. Considerato che molti Npl sono garantiti da real estate (il 34,6% delle famiglie con crediti in sofferenza possiede almeno un fabbricato, dato che sale al 36,0% per le imprese), è necessario che si consolidi l’attuale timida ripresa delle quotazioni immobiliari, per ora concentrata nelle zone metropolitane.

È poi necessario migliorare il coordinamento tra le singole banche, posto che da un’analisi realizzata sulla base del patrimonio informativo di Eurisc, il sistema di informazioni creditizie gestito da Crif che raccoglie i dati su oltre 80 milioni di posizioni creditizie,  si rileva che circa il 36,5% degli Npl coinvolgono più di un istituto.

Per generare recuperi più elevati, dunque perdite minori per il conto economico, è necessario migliorare l’efficienza dei processi utilizzati e la qualità delle informazioni disponibili.

C’è un problema di archivi informatici?

I dati associati ai crediti deteriorati sono spesso ancora oggi di scarsa qualità – ha dichiarato Alberto Sondri, servicing director di Crif -. Ciò è dovuto alla limitata informatizzazione dei processi di gestione del contenzioso che ha caratterizzato gli anni del picco della crisi, posto che banche e operatori specializzati hanno incrementato gli investimenti in IT solo negli ultimi anni. Ciò ha indebolito la capacità di presidiare in modo efficiente la raccolta e la sistematizzazione delle informazioni su contratti, procedure e garanzie”.

Le carenze nella qualità dei dati disponibili sono spesso alla base anche del divario tra prezzi di offerta e di domanda che ha limitato lo sviluppo delle operazioni di cartolarizzazione. Gli investitori infatti, a fronte di un set informativo non adeguato incontrano difficoltà nella comprensione delle reali caratteristiche dei crediti ceduti, dunque nella modellazione dei processi di recupero (per esempio in termini di tassi di attualizzazione e premi al rischio) viene richiesta ai servicer per la stima degli incassi futuri. Molti istituti, consapevoli di questa esigenza, stanno cercando di trasformarla in opportunità, avviando iniziative di ‘bonifica’ delle basi dati esistenti e investimenti strutturali su processi e basi informative.

“Outsourcer” e “servicer”: cosa possono fare?

L’esigenza di ottenere risultati monetizzabili in tempi brevi può condurre a situazioni di sovraccarico delle strutture interne preposte alla gestione dei crediti deteriorati, rendendo più difficile il disegno di processi di recupero monitorati ed efficienti. Per questo molte banche valutano se ovviare alle carenze di capacità produttiva attraverso la cessione pro soluto di Npl (anche mediante cartolarizzazioni) e/ o l’esternalizzazione del processi di recupero. In entrambi i casi la gestione dei crediti vede il coinvolgimento di operatori specializzati, incaricati dai cessionari o dalla banca stessa.

Secondo alcune statistiche di settore, oggi i 15 principali servicer gestiscono circa 150 miliardi di Npl in valore nominale; considerato che sui bilanci delle banche ne restano circa altri 200, il settore potrebbe conoscere nei prossimi anni un forte incremento di attività. Vista la necessità di processi efficienti e costi contenuti, è necessario che ciò avvenga attraverso strutture snelle, guidate da logiche ‘industriali’ e sorrette da capacità organizzative oltreché tecniche. Sarà indispensabile mantenere presidi di qualità senza incorrere negli eccessi burocratici che hanno talvolta caratterizzato le strutture bancarie.

Secondo il bocconiano Andrea Resti, consulente del Parlamento Europeo e senior advisor di Crif, “Lavorando per più banche, i servicer potranno acquisire maggiore esperienza ed informazioni sui portafogli Npl, fornendo agli investitori riferimenti quali/quantitativi utili a orientare le stime di cash flow e a migliorare la precisione del pricing”.

In tal modo, essi potranno portare al mercato dei Npl un beneficio indiretto, ma fondamentale, in termini di riduzione nel divario tra prezzi di domanda e di offerta. Per le banche, poi, l’outsourcing potrà diventare anche uno strumento di benchmarking delle performance di recupero delle proprie strutture interne, posto che esse (come richiamato nelle linee-guida Bce) dovranno fissare e perseguire obiettivi quantitativi di riduzione dello stock di crediti deteriorati.

Crif: migliorare il coordinamento tra banche contro i non performing loan ultima modifica: 2017-02-02T14:22:08+00:00 da Redazione

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