Fabio Bolognini, co-founder di Workinvoice: “Le sfide per agenti e mediatori dopo la pioggia di credito del 2020”

Prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria e del lockdown, il sistema del credito bancario alle imprese viveva un trend di contrazione costante, per motivi strettamente legati alle regole di vigilanza. In 9 mesi la rotta si è invertita: le garanzie statali sui prestiti hanno fatto volare le erogazioni di finanziamenti, con l’obiettivo di aiutare l’economia reale a guadagnare terreno. Quanto potrà durare questo trend positivo? Quali conseguenze avrà sul mercato del credito? Quali sfide dovranno affrontare mediatori creditizi e banche quando si tornerà alla normalità? Fabio Bolognini, cofondatore di Workinvoice, società fintech di servizi per le imprese, ci proietta oltre il breve periodo per capire cosa succederà una volta terminata la crisi originata dal covid-19.

Siamo passati dalla stretta del credito ai finanziamenti a pioggia. Cosa è accaduto?
A fine 2019, la Banca d’Italia aveva registrato una contrazione del 31% delle erogazioni alle imprese, passate dai 914 miliardi di novembre 2011 ai 631 miliardi di fine 2019. A fare le spese del processo di alleggerimento dei rischi corporate delle banche erano state per lo più le piccole imprese e le microimprese, quindi partite Iva e società di persone. Ma con lo scoppio della pandemia e i conseguenti “pacchetti” di aiuto governativi il trend si è invertito. Da marzo a novembre 2020 si è osservata la trasmissione di circa 50 miliardi di euro dalle banche all’economia reale. Guardando più a fondo e ripercorrendo tutta la strada, però, questo numero assume un valore del tutto diverso.

 

In che modo?
A marzo le grandi imprese si sono mosse rapidamente per generare liquidità di sicurezza, attivando linee bancarie committed ma non utilizzate, per 15 miliardi. Successivamente, l’approvazione dei vari Dpcm ha garantito la moratoria sui mutui di imprese e privati (con il decreto CuraItalia), poi è arrivata la garanzia statale (Fondo Garanzia pmi) sino al 100% sui micro-prestiti (fino a 25.000 euro) e del 90% alle pmi, oltre ad altre garanzie Sace per imprese medio-grandi (decreto liquidità) con operazioni a 6 anni, di cui 2 di pre-ammortamento. Infine a giugno le garanzie Sace sono state estese alle compagnie di assicurazione del credito per favorire il factoring nella forma pro-solvendo. Una vera pioggia di credito: secondo i dati della task force del Governo, al 30 settembre erano state accolte un milione di richieste di finanziamenti da 25.000 per le microimprese che avevano, per un totale di 27 miliardi, rispetto ai 57 miliardi concessi alle imprese più grandi. Da settembre a metà dovrebbero essere stati concessi ulteriori finanziamenti per un totale di 133 miliardi. Quello che non viene registrato dalla Banca d’Italia o dall’Abi ma che è visibile dai numeri è il fenomeno dei crediti ricondizionati. Molte linee di credito, precedentemente concesse senza garanzie, sono confluite nei finanziamenti con la garanzia dello Stato.

A quanto ammonta secondo voi la cifra dei crediti ricondizionati?
Il fenomeno emerge se si confronta la cifra relativa alla crescita degli impieghi nel periodo marzo-settembre, pari a 42 miliardi, con i finanziamenti erogati in base alle dichiarazioni del Fcg e di Sace, che nello stesso periodo sfiorano gli 80 miliardi (Fonte: Banca d’Italia e Fondo Centrale di Garanzia).
Escludendo i 15 miliardi rilevati a marzo, non ascrivibili alle operazioni garantite che non erano ancora disponibili, nel periodo tra aprile e settembre l’aumento degli impieghi è di soli 27 miliardi totali, contro i 79 accolti dalle banche con garanzie di Stato. Anche incrementando il flusso aprile-settembre (26,6 miliardi) con l’aumento del credito alle famiglie produttrici (partite Iva e microimprese) per 6 miliardi, si arriva a un incremento totale di 32,6 miliardi contro 79, pari quindi al 41%. Questa è la quota di nuovi finanziamenti. È ipotizzabile, invece, che il 59% restante sia riconducibile a prestiti ricondizionati, e cioè rimborsati ed erogati nuovamente ma con la copertura della garanzia statale. Sulla variazione dello stock di prestiti dovrebbero avere inciso poco sia il naturale deflusso per il rimborso di operazioni in scadenza, se si tiene conto conto della moratoria su circa 200 miliardi di mutui imprese, che la cancellazione di npl, che si è praticamente arrestata nel periodo in oggetto.

Che caratteristiche hanno i prestiti così rimodulati?
Il credito garantito dallo Stato riguarda prestiti a 6 anni, successivamente allungati per arrivare a 10 anni. Interessante anche notare come oltre 48 miliardi di finanziamenti a breve siano stati rimpiazzati da 60 miliardi di mutui a 6 o più anni di scadenza. Ma questo credito a lunga scadenza è stato usato sostanzialmente per coprire esigenze di breve, di circolante per fare pagamenti in carenza di incassi. Una circostanza rilevata ad esempio nelle statistiche della Banca d’Italia (cfr. ‘L’economia delle regioni italiane – La domanda e l’offerta di credito a livello territoriale’), dalle quali si evince che la motivazione della domanda di credito nel primo semestre 2020 è fortemente legata al capitale circolante e, come prevedibile, alla ristrutturazione del debito esistente, non certo a investimenti.

A questo si aggiungono le moratorie, che hanno sospeso il pagamento delle rate dei mutui.
Per effetto del decreto CuraItalia e della modifica fatta in agosto, sono stati automaticamente sospesi i rimborsi di rate di mutui imprese su un valore residuo che Banca d’Italia ha quantificato per le imprese in 196 miliardi complessivi, di cui 156 miliardi per le sole pmi. La moratoria concessa alle sole pmi ha dunque coperto il 30% dei mutui imprese totali (508 miliardi), una quota che potrebbe rappresentare gran parte della loro esposizione a medio-lungo termine. Il pagamento delle rate dovrà però ripartire a giugno 2021, con un drenaggio previsto tra 10 e 20 miliardi in 6 mesi. Insomma, da aprile 2021 le imprese dovranno accantonare cassa per pagare rate dei mutui oltre che F24 allo Stato.

Quale sarà lo stato di salute delle pmi a quel punto?
A nostro avviso, ad esclusione dei settori gravemente colpiti (turismo, ristorazione e alberghi,) lo stato di salute delle imprese italiane a inizio 2021 non è così preoccupante. Molte, a fronte di cali di fatturato anche a doppia cifra, presentano Ebitda in linea con gli esercizi precedenti, perché hanno operato risparmi di costi sul lavoro e, in alcuni settori, risparmi sugli acquisti di materie prime. Non appare del tutto convincente neppure il forte aumento delle imprese a rischio di procedure fallimentari, previsto dalle agenzie di rating e dalle assicurazioni del credito.
Ci sembra, piuttosto, che l’effetto covid renda le imprese solide ancora più solide e indebolisca le più fragili, sia nella redditività che nella struttura finanziaria. Le difficoltà arriveranno quando, oltre al rimborso degli interessi, le imprese dovranno cominciare a pagare anche il capitale dei prestiti ricevuti, e quindi da giugno 2022 e, poi, nel 2023 con le rate a pieno regime.

Quali saranno le sfide che dovranno affrontare gli operatori del credito, mediatori creditizi e agenti in attività finanziaria in prima linea?
Oltre all’emergenza liquidità, un secondo effetto del lockdown è stata la spinta ai servizi digitali, sia l’e-commerce (che ha conquistato 2 milioni di consumatori in più) sia sul fronte bancario: durante la pandemia il 51% degli italiani ha utilizzato di più l’online banking, il 54% ha aumentato il suo utilizzo dei servizi bancari via mobile, il 27%, ha in programma di ridurre o cessare la frequentazione degli sportelli fisici anche dopo l’emergenza. Ma c’è un altro trend, meno mainstream, che è stato accelerato dal Covid-19: l’efficientamento della supply chain finance, cioè tutte quelle azioni volte a proteggere l’intera filiera di cui l’impresa fa parte, finanziando il proprio capitale circolante nel rispetto dei fornitori. Crediamo che la risposta stia nella flessibilità: adattarsi al contesto velocemente e sviluppare le soluzioni più adatte ai problemi contingenti delle imprese, cogliendo anche dove possibile, delle opportunità.

Come potrà l’universo delle fintech venire in loro aiuto?
Da sempre in Workinvoice ci siamo impegnati per abilitare nuovi strumenti per sbloccare la catena dei pagamenti che appesantisce la finanza del sistema delle imprese, ma che in questo momento storico rischia di essere una zavorra insostenibile. In aggiunta, insieme a Crif e con l’affiancamento di PwC, abbiamo creato un marketplace per lo scambio dei crediti fiscali rinvenienti dall’Ecobonus e dal Sismabonus al 110% introdotti con il Decreto Rilancio. La grande innovazione delle fintech sta nell’adattarsi ad un contesto di mercato incerto in modo veloce, specializzato e interamente digitale. Doti che oggi rappresentano un valore aggiunto anche per le aziende finanziarie tradizionali: non a caso si stanno moltiplicando le collaborazioni in cui i servizi digitali entrano nei menu dei servizi a piccole e medie imprese realizzando anche in Italia quel fenomeno che all’estero va sotto l’etichetta di ‘embedded finance’. In poche parole, siamo sempre più al centro del processo di trasformazione del sistema finanziario nel suo complesso.