Gabriella Fraire, consigliera Anra: “Abbiamo 5 donne nel consiglio direttivo. Ma il nostro cammino verso la parità di genere non si ferma”

Dal 2018 cinque donne siedono nel consiglio direttivo dell’Anra (Associazione nazionale dei risk manager e responsabili assicurazioni aziendali), composto da undici membri. Un traguardo importante, risultato di un percorso virtuoso verso la parità di genere iniziato cinque anni fa e portato avanti con una serie di iniziative condivise all’interno dell’associazione. Ultima in ordine temporale la partecipazione attiva all’organizzazione dell’edizione italiana del Dive in festival, la manifestazione promossa dai Lloyd’s di Londra per mettere a confronto il settore assicurativo sui temi della diversità e dell’inclusione (D&I), tenutasi dal 22 al 24 settembre scorsi.

L’esperienza di Anra insegna che impegnarsi attivamente per una maggiore diversità e farsi promotori dell’inclusione tramite l’esempio diretto funziona. Purtroppo nel cammino verso la parità di genere a volte si rischia di fare dei passi indietro, come ad esempio è emerso dall’ultimo Inclusion impact index di Valore D, ed è proprio per questo che è necessario continuare a impegnarsi con iniziative che sollecitino un cambiamento culturale”, racconta Gabriella Fraire, consigliera dell’associazione dei risk manager.

La vostra esperienza può rappresentare un modello per altre associazioni e anche per le donne che lavorano all’interno delle imprese. Come è iniziata?

Nel 2015 abbiamo cominciato a parlarne nel corso di un convegno al quale avevamo invitato a partecipare come speaker Valore D (all’epoca D come donna, oggi D come diversità), associazione di imprese che da 10 anni si impegna per l’equilibrio di genere, insieme a Marina Salamon, presidentessa Doxa, e altre esponenti del mondo delle imprese. Il forte riscontro avuto a seguito di quel panel ci ha spinti a continuare a riflettere su queste tematiche, e due anni dopo, nel 2017, abbiamo concretamente iniziato le attività con un‘indagine sul ruolo delle donne nel settore del risk e insurance management. Nel frattempo, sul nostro sito e sulla nostra rivista abbiamo cominciato a dare più spazio ai temi dell’inclusione, con interviste a consigliere e socie. Nel 2017 abbiamo anche modificato lo statuto dell’associazione, prevedendo che almeno un terzo del consiglio direttivo fosse formato dal genere meno rappresentato. Il maggiore successo è stato il fatto che l’applicazione della norma si sia rivelata superflua nel momento in cui allo scrutinio i voti hanno parlato da soli. Cinque donne sono state elette direttamente dai membri dell’Anra, senza bisogno di ricorrere alle quote rosa.

Quante donne conta l’associazione?

Questo è un altro importante traguardo che abbiamo raggiunto. Grazie alle nostre iniziative, che hanno coinvolto un numero crescente di persone, la percentuale delle associate è aumentata del 6% negli ultimi tre anni. Oggi le donne sono 195, su un totale di 608 associati. Siamo arrivate a un 32%, che è in linea con i numeri dell’associazione europea dei risk manager. Questo, da un lato, significa che all’interno delle aziende di cui fanno parte le nostre associate ci sono più figure femminili che ricoprono il ruolo di risk manager, e, dall’altro, ci sprona a continuare a lavorare per far crescere le quote rosa all’interno dell’associazione.

Quali progetti avete lanciato in questo periodo?

Come Anra cerchiamo di lavorare su queste tematiche a 360 gradi. Inizialmente ci siamo concentrati sul gap evidente del genere. Nel 2017 abbiamo coinvolto i nostri associati in una ricerca sulla gender diversity, con il duplice obiettivo di scattare una fotografia della composizione dei dipartimenti di risk management e di offrire alle aziende italiane spunti di riflessione per avviare un percorso che garantisca pari opportunità di crescita professionale a prescindere dal genere. A giugno 2020 abbiamo effettuato una prima ricerca intitolata “Lo smart working in Italia, tra gestione dell’emergenza e scenari futuri”, i cui dati verranno aggiornati a breve per evidenziare gli effetti del cosiddetto lavoro agile su uomini e donne. Poi ci sono le iniziative che hanno previsto un coinvolgimento diretto delle nostre associate e non solo.

Di cosa si tratta?

A gennaio abbiamo lanciato i “Caffè in rosa”, appuntamenti mensili pensati per riunire le quote rosa della nostra community e condividere le storie di donne che si sono distinte per merito in vari settori. Iniziate dal vivo, le nostre colazioni milanesi sono proseguite sul web a causa del lockdown. Quello che sembrava un limite si è rivelato un vantaggio: abbiamo potuto coinvolgere anche socie e, perché no, soci fuori regione e fatto sentire la nostra voce anche al di fuori dell’associazione. In alcuni nostri eventi, infine, ci siamo rivolti a una società di catering che si chiama “Dolce Positivo”, i cui dipendenti hanno diverse disabilità. Abbiamo voluto investire la parte dedicata al budget degli eventi in un catering non convenzionale, coinvolgendo anche i partner che partecipano ai nostri incontri.

Che consiglio si sente di dare alle donne che desiderano fare carriera?

Innanzitutto è fondamentale l’esempio delle donne in posizioni manageriali, che ricoprono ruoli importanti e sono già affermate. Loro per prime devono impegnarsi nel promuovere attività di inclusione e cultura della diversità. Fermo restando questo, noi donne dobbiamo imparare a farci avanti. Siamo abituate a lavorare e a non chiedere mai nulla. Invece dobbiamo iniziare ad avanzare richieste legittime e far valere i nostri sforzi. Mentre l’uomo è più portato a prendersi in carico anche ruoli e responsabilità che poi non riesce a gestire, la donna finché non è certa di avere una preparazione adeguata non si propone. Il suggerimento è di farsi avanti, perché poi i risultati arrivano.