Gli italiani di fronte alla pandemia, Museo del risparmio: il Paese ha tenuto ma c’è poco slancio verso il futuro

A sei mesi dallo scoppio della pandemia, l’Italia appare un Paese più fragile, se si considerano le fasce più deboli della popolazione, e meno capace di affrontare le difficoltà con un’idea chiara di futuro, fatta di sogni individuali e prospettive di benessere per sé e la propria famiglia. È quanto emerge dalla ricerca “Capacità di sopportazione e di reazione in tempi di pandemia” condotta dal Museo del risparmio di Intesa Sanpaolo ed Episteme. L’indagine è stata condotta attraverso un questionario somministrato online tra il 4 e il 15 settembre scorso a un campione rappresentativo di 2.000 persone di età compresa tra 18 e 75 anni e ha analizzato gli atteggiamenti e i comportamenti degli italiani di fronte alla crisi sanitaria e conseguentemente economica e sociale in atto, focalizzandosi sulla capacità di sopportazione (relativa alla gestione delle difficoltà a partire dalle condizioni e dei fattori fondamentali che concorrono a determinarne la gravità) e sulla capacità di reazione (che rimanda al rilancio e alla riformulazione dei propri obiettivi di vita per reagire guardando avanti e per trovare un nuovo equilibrio).

Ne emerge l’immagine di un Paese che ha dato prova di solidità e ha saputo contenere gli effetti più pericolosi a livello economico-sociale, oltre che sanitari.

La situazione economico-lavorativa

Secondo la ricerca del Museo del Risparmio ed Episteme, la maggioranza degli italiani non ha avuto ricadute gravi sul proprio livello di benessere (27,9%), non ne ha proprio avute (21,3%) o non sa ancora valutare bene (37%). Il 16.2% della popolazione ha dovuto invece fronteggiare un serio peggioramento della propria situazione economica. Tuttavia il Paese risulta più fragile se si considerano le fasce più deboli della popolazione, sprovviste di mezzi e risorse individuali e spesso senza una rete di supporto familiare.  Il 15.5% degli italiani non è più in grado di risparmiare. Il 21.2% ha ridotto i propri risparmi. Il 9.8% degli italiani pensa che non riuscirà più a ritornare ai livelli di benessere economico precedenti alla pandemia.

Sotto il profilo lavorativo, il 72.1% dei lavoratori intervistati ha subìto una qualche forma di interruzione della propria continuità lavorativa. Lo smartworking è una forma sperimentata e approvata dalla maggioranza dei lavoratori (il 71.9%). Un italiano su quattro (25.8%) valuta la possibilità di reimpiegarsi in un settore produttivo considerato essenziale. Solo il 9.8% di casalinghe e inattivi ha intenzione di cercare lavoro a pandemia rientrata.

Manca la capacità propulsiva

Non si tratta però solo della difficoltà ad assorbire gli impatti economici della pandemia: quello che in questo momento sembra mancare agli italiani è soprattutto la capacità propulsiva alla base dell’impegno individuale e il sostegno motivazionale che proviene dall’avere degli obiettivi di vita da realizzare. “Il Paese sembra trovarsi in una situazione di impasse derivante dall’assenza di progetti e ambizioni, oltre che dall’ansia per il futuro – si legge nel report -. Più che la capacità di fare sacrifici ad assottigliarsi è il senso ultimo per cui li si fa. Gli italiani appaiono infatti spinti da cause esterne, come le necessità del momento, o frenati da forze inerziali, come l’abitudine. Solo una parte minoritaria del Paese affronta le difficoltà della pandemia con un’idea chiara di futuro, fatta di sogni individuali e prospettive di benessere per sé e la propria famiglia”.

Per la maggioranza degli italiani (53.3%) la pandemia non ha prodotto alcuno stimolo in più per la realizzazione di progetti personali. Anche pensando al futuro, gli italiani si dichiarano pronti ad affrontare sacrifici economici più come risposta alla preoccupazione per il contesto (21.6%) che per la realizzazione di un sogno o il raggiungimento di un obiettivo (8.5%). Il 40% di casalinghe e inattivi non ha intenzione di cercare un lavoro neanche a crisi rientrata. Il 20.9% dei lavoratori è disposto a mantenere il proprio impiego e non cercarne uno nuovo, anche se la pandemia dovesse mutare fortemente le condizioni e le prospettive del proprio lavoro.

Le famiglie con figli: pur in sofferenza spiccano in capacità reattiva

Il 26,6% di chi ha una famiglia e dei figli ha visto aumentare la propria mole dei compiti domestici a seguito della pandemia. Tra chi ha subìto un contraccolpo economico, l’11,1% delle famiglie con figli non pensa che riuscirà più a recuperare il livello di benessere economico precedente alla pandemia. Tuttavia la pandemia è stata un’occasione per impegnarsi di più nel 47.7% dei casi di famiglie con figli. Le famiglie con figli sono dotate di inaspettate risorse: i figli sono al centro delle motivazioni che spingono i membri adulti della famiglia a fare sacrifici economici sia nel presente (20%) che nel futuro (26%). Infatti, nonostante la sofferenza economica, le famiglie con figli hanno una minore resistenza al cambiamento dei consumi, con il 40% che dichiara di poter rinunciare alle proprie abitudini di spesa per più di un anno, mentre nelle famiglie senza figli ci si ferma al 33,1%. Inoltre sono dotate di un’elevata capacità di reazione, con un indice complessivo pari a 49,5 punti contro i single che totalizzano 46,4 punti, le coppie senza figli 42,7 e i monogenitori, i più in difficoltà con 44,3 punti su cento.

Donne: economicamente fragili ma reattive

Hanno subito meno gli effetti occupazionali della pandemia: tra i disoccupati il 16,5% delle donne ha perso il lavoro a causa della pandemia contro il 36,8% degli uomini. Tuttavia risentono di una condizione economico lavorativa fragile. In particolare, i livelli di possesso e gestione del conto corrente, che nelle under 55 sono quasi allineati a quelli degli uomini, rimangono ancora bassi per le 55-74enni, soprattutto del Sud Italia e Isole. Non possiedono nessun tipo conto bancario il 13,9% delle donne contro il 9,9% degli uomini. Complessivamente conoscono meno i concetti di base dell’economia (35,6% delle donne contro il 52,2% degli uomini) e guadagno meno del proprio partner (il 44,9% vs il 19,7% degli uomini). Quando lavorano risentono di peggiori condizioni contrattuali (tra le occupate il 68,6% è a tempo indeterminato contro il 73,3% degli uomini). “L’insieme di questi elementi incide sulla loro capacità di sopportazione, che anche considerando l’impatto della pandemia, risulta complessivamente inferiore a quella degli uomini (indice di sopportazione pari a 42,1 per le donne vs il 42,7 degli uomini) – conclude l’analisi – Nonostante le difficoltà, le donne si rivelano essere più dotate di capacità di reazione degli uomini, grazie soprattutto all’impegno extra profuso dallo scoppio della pandemia (49,4% vs 43,7%) e alla disponibilità a formarsi per adeguare le proprie competenze professionali al mutato scenario del mondo del lavoro (55,1% vs 49,7%)”.

Purtroppo la bassa propensione all’inserimento lavorativo compromette il rafforzamento futuro di una parte consistente di donne: una casalinga su tre (il 28%) ha dichiarato di aver scelto liberamente di occuparsi della casa e due su cinque (il 40,7%) hanno affermato di non avere alcuna intenzione di cercare un lavoro a pandemia rientrata.

Dall’alfabetizzazione finanziaria maggiore capacità di sopportazione e anche di reazione

Secondo la ricerca “Capacità di sopportazione e di reazione in tempi di pandemia” condotta dal Museo del risparmio di Intesa Sanpaolo ed Episteme, infine, a una maggiore alfabetizzazione finanziaria (misurata attraverso la conoscenza dei tre concetti alla base dell’economia: tasso di interesse, diversificazione del rischio, inflazione) si accompagnano una maggiore capacità di sopportazione e di reazione. Chi ha una maggiore alfabetizzazione finanziaria infatti ha mostrato un indice di sopportazione pari a 46 punti, contro i 42,4 della popolazione italiana, e un indice di reazione pari a 51,2 punti contro i 47,7 della media nazionale.

Si tratta di persone che hanno sofferto meno l’impatto economico della pandemia (il 25,5% non ha avuto alcun impatto vs il 27,9% della popolazione italiana), riescono maggiormente a risparmiare qualcosa a fine mese (65,2% vs 57%) e hanno mantenuto inalterata la capacità di risparmio (53,9% vs 50,9%).