Gli italiani e la casa. L’analisi dell’Agenzia del Territorio

Dei 23,1 milioni di proprietari, oltre l’80% ha reddito prevalente da lavoro dipendente o da pensione; 2,6 milioni hanno reddito prevalente da lavoro autonomo, di impresa e di partecipazione; 1,9 milioni hanno reddito prevalente da redditi di immobili di proprietà.

Come è distribuito il patrimonio immobiliare italiano

Nel complesso emerge che il 35,4% del patrimonio imponibile immobiliare è detenuto dai pensionati, il 32,6% dai lavoratori dipendenti, 13,7% dai lavoratori autonomi e dagli imprenditori, e il 18,3% dai possessori di reddito da fabbricati.

In Italia, tuttavia l’acquisizione della proprietà immobiliare non risulta inibita da flussi di reddito bassi: al contrario, considerata l’elevata propensione degli Italiani ad acquistare abitazioni la proprietà immobiliare risulta particolarmente concentrata tra i contribuenti che dichiarano redditi bassi. La distribuzione della ricchezza immobiliare dichiarata al fisco evidenzia una notevole concentrazione: poco meno della metà della ricchezza immobiliare dichiarata è concentrata infatti nei tre decili più alti, e quasi un quarto della proprietà immobiliare è detenuta dai contribuenti nell’ultimo decile di reddito disponibile, ossia dal 10% dei più ricchi.

I redditi più bassi e la casa

È interessante notare come il 10% dei proprietari più poveri presenti comunque un grado patrimonializzazione assai elevato, pur in presenza di flussi reddituali bassi o nulli. Risulta infatti che il 73% dei proprietari ha un reddito complessivo inferiore a 26.000 euro: si tratta soprattutto di lavoratori dipendenti per il 62,4%; pensionati per l’83,6%; lavoratori autonomi e imprenditori per il 61,4%; proprietari con reddito prevalente da fabbricati per l’88,8%.

Le caratteristiche socio demografiche

In relazione alle caratteristiche socio-demografiche, la ricerca mette in luce una relazione tra il patrimonio abitativo e il ciclo di vita dei proprietari, con un incremento degli imponibili sullo stock immobiliare fino all’età del pensionamento, e una successiva inversione, quando presumibilmente i soggetti decumulano il loro patrimonio per compensare il calo nei redditi percepiti o per via di trasferimenti intergenerazionali.

Mentre i contribuenti con meno di 30 anni sono una quota relativamente contenuta e detengono imponibili ICI pro-capite tra 32.000 e 35.000 euro, crescono fino a 16 milioni i proprietari di immobili con più di 30 anni e fino a 70. Ma è nella classe di età tra 50 e 70 anni che si può rilevare un consistente incremento dell’imponibile ICI medio (e ovviamente del reddito imponibile Irpef).

Il dato più interessante sul legame tra ciclo di vita e acquisizione della proprietà emerge quando si considerano le abitazioni al valore di mercato, che è una proxy più aderente alla ricchezza effettiva detenuta. I proprietari oltre 70 anni, a fronte di un imponibile ICI medio pari a quasi 56.000 euro, dispongono di immobili il cui valore medio di mercato è di 228.000 euro: esiste perciò un significativo divario tra il valore ricavato in base alla rendita catastale e il valore di mercato delle relative abitazioni. Una plausibile spiegazione è legata alla possibilità che siano più frequentemente le persone anziane a risiedere in abitazioni classificate catastalmente a livello modesto (per esempio, abitazioni popolari o ultrapopolari). Queste abitazioni nel tempo hanno comunque acquisito maggior valore di mercato, essendo ubicate in zone centrali o semicentrali delle città.

Gli italiani e la casa. L’analisi dell’Agenzia del Territorio ultima modifica: 2010-07-12T07:06:46+00:00 da Flavio Meloni

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