L’intelligenza artificiale nel settore creditizio. I risultati della survey SimplyBiz 2026

Presentazione survey 2026 di SimplyBiz dedicata a IA e credito

Il settore del credito sta vivendo una trasformazione senza precedenti in cui l’intelligenza artificiale (IA) ha smesso di essere considerata una tecnologia futuristica per diventare uno strumento operativo concreto. È quanto emerge dalla recente survey di SimplyBiz (Edizione 2026), presentata ieri nel corso dell’evento dal titolo Come l’AI sta trasformando il mercato del credito. E perché il momento è adesso, promosso da EGG Finance a Roma.

Lo stato dell’adozione: un settore dinamico

Condotta su un panel di 315 professionisti, composto per la stragrande maggioranza (90,6%) da mediatori creditizi e agenti in attività finanziaria, l’indagine evidenzia un mercato che attraversa un momento di transizione verso l’IA. Quasi la metà degli intervistati (46,9%) è in una fase di sperimentazione attiva con i primi test, mentre un 15,6% ha già completato l’integrazione e vanta processi in produzione. Il 37,5% dichiara invece di non avere piani immediati di adozione.

Un dato interessante emerge dal confronto con i report della Banca d’Italia: mentre a livello nazionale le pmi faticano a tenere il passo delle grandi imprese nell’adozione dell’IA, le reti di mediatori e agenti analizzate da SimplyBiz mostrano una propensione alla sperimentazione nettamente superiore alla media, rivelandosi particolarmente dinamiche e proattive.

Secondo l’indagine richiamata nel paper della Banca d’Italia The economic impact of artificial intelligence: evidence from Italian firms, pubblicato nel marzo 2026 e riferito al terzo trimestre del 2024, solo l’11,2% delle imprese italiane con almeno 50 addetti dichiara di utilizzare già sistemi di intelligenza artificiale, mentre il 28,4% considera l’AI importante e prevede di adottarla entro i due anni successivi, quindi 2025 e 2026.

Le applicazioni più impattanti e i vantaggi attesi

L’attenzione dei professionisti del credito si concentra soprattutto sull’efficienza operativa e sullo snellimento della burocrazia.

Le “famiglie” di IA ritenute più utili per il lavoro quotidiano sono:

  • l’AI documentale (62,5%), fondamentale per l’analisi automatica di documenti d’identità e buste paga;
  • l’AI predittiva (59,4%), utilizzata per lo score creditizio e le previsioni di mercato;
  • gli agenti AI (43,8%), assistenti in grado di operare nei CRM sotto la supervisione umana.

I vantaggi più attesi da questa industrializzazione sono la riduzione dei tempi e degli sprechi (68,8%) e la maggiore velocità nei processi di istruttoria e onboarding (65,6%).
Solo il 34,4% indica come obiettivo primario il miglioramento della qualità dei dati.

Per massimizzare questi benefici, il 59,4% degli intervistati ritiene fondamentale che l’IA sia integrata direttamente nei flussi di lavoro (“In-flow”) per garantire sicurezza e tracciabilità, piuttosto che essere relegata a tool esterni.

Timori e sfide: il nodo della conformità

Non mancano tuttavia le preoccupazioni. La sfida più sentita dai professionisti non è di natura economica (i costi preoccupano solo il 28,1%), bensì relazionale ed etica. Il 59,4% teme la perdita del “tocco umano” nella consulenza, mentre il 53,1% è preoccupato dall’affidabilità dei risultati e dal rischio di “allucinazioni” del sistema.

Un ulteriore campanello d’allarme riguarda la sfera legale: il 46,9% teme per la privacy e la conformità ai nuovi regolamenti. A questo proposito, la survey evidenzia un forte ritardo nella preparazione sull’AI Act e sulla compliance by design:

  • ben il 53,1% del campione si dichiara impreparato sui requisiti di supervisione e trasparenza;
  • il 34,4% si ritiene solo parzialmente informato;
  • appena il 12,5% si sente “molto preparato”.

Aspettare è un rischio

Nonostante le incertezze normative e tecnologiche, il comparto è consapevole dell’urgenza del momento. Alla domanda se aspettare a implementare l’IA sia una scelta sicura, quasi due terzi del campione (65,6%) ha risposto negativamente, ritenendo che temporeggiare significhi cedere un forte vantaggio competitivo alla concorrenza, mentre solo il 34,4% preferisce un approccio cauto in attesa di vedere come si evolverà il mercato.