
L’intelligenza artificiale continua a occupare il centro del dibattito economico e industriale, spesso oscillando tra aspettative molto elevate e timori altrettanto marcati.
Passando dalle opinioni ai fatti concreti, il quadro diventa più realistico e aiuta a comprendere il vero futuro delle imprese. È quanto emerge dal paper della Banca d’Italia The economic impact of artificial intelligence: evidence from Italian firms, pubblicato nel marzo 2026 da Tiziano Ropele e Alex Tagliabracci. Lo studio restituisce l’immagine di una diffusione ancora contenuta dell’AI tra le imprese italiane, ma già sufficiente a produrre effetti apprezzabili sulla produttività, sulla redditività e sulla composizione del lavoro.
Per chi opera nei settori bancario, finanziario, assicurativo, immobiliare e del credito, si tratta di un’indicazione particolarmente rilevante. L’intelligenza artificiale non è più soltanto un tema di prospettiva o di sperimentazione, ma una variabile che comincia a incidere concretamente sull’efficienza aziendale.
Al tempo stesso, i benefici non risultano distribuiti in modo uniforme: tendono a concentrarsi nelle imprese più grandi, nei comparti a maggiore intensità di conoscenza e nelle organizzazioni che dispongono di strutture manageriali e processi interni già sufficientemente evoluti da assorbire il cambiamento tecnologico.
Il primo elemento che merita attenzione riguarda il livello di adozione. Secondo l’indagine richiamata nel paper, riferita al terzo trimestre del 2024, solo l’11,2% delle imprese italiane con almeno 50 addetti dichiara di utilizzare già sistemi di intelligenza artificiale.
Il dato, letto isolatamente, potrebbe suggerire un ritardo marcato. In effetti, nel confronto europeo basato sulle rilevazioni Eurostat, l’Italia si colloca sotto la media dell’Unione, con un tasso di adozione dell’8,2% tra le imprese con almeno 10 dipendenti, contro il 13,5% registrato a livello UE. Tuttavia, la fotografia non si esaurisce in questo scarto. Un ulteriore 28,4% delle imprese considera l’AI importante e prevede di adottarla entro i due anni successivi. Questo significa che una parte significativa del tessuto produttivo si trova in una fase di avvicinamento, e che il biennio 2025-2026 rappresenta un passaggio decisivo per misurare l’effettiva capacità del sistema italiano di trasformare l’interesse in investimenti e processi operativi.
Accanto a questa componente più dinamica, resta però un’area consistente di imprese che continua a percepire l’intelligenza artificiale come non rilevante rispetto al proprio modello di business. In un sistema produttivo che si muove a diverse velocità, si assiste alla convivenza di operatori che hanno già avviato una revisione dei propri processi e di imprese che rimangono ancora distanti da questa evoluzione. La lettura che ne deriva è chiara: più che una diffusione omogenea, l’AI sta oggi accompagnando una trasformazione selettiva, che premia le realtà meglio attrezzate sotto il profilo organizzativo, tecnologico e culturale.
Lo studio individua con sufficiente precisione anche i fattori che rendono più probabile l’adozione.
La dimensione aziendale rappresenta il primo driver: all’aumentare del numero di addetti cresce la probabilità che l’impresa utilizzi strumenti di intelligenza artificiale. A questo si aggiunge la collocazione in settori ad alta intensità di conoscenza, dove il trattamento delle informazioni, la standardizzazione dei flussi e la qualità delle decisioni costituiscono asset centrali. Anche un costo del lavoro per addetto più elevato sembra associarsi a una maggiore propensione all’adozione, segnalando come l’AI venga percepita non solo come leva di innovazione, ma anche come strumento di recupero di efficienza in contesti produttivi più complessi.
Per i servizi finanziari e per il mondo dell’intermediazione, il punto è particolarmente significativo. In comparti nei quali la gestione documentale, la valutazione del rischio, il presidio della compliance e la capacità di lettura del dato rappresentano attività essenziali, l’intelligenza artificiale si inserisce in modo naturale come supporto ai processi.

Anche sul piano delle finalità d’uso, la ricerca offre un’indicazione utile a ridimensionare molte semplificazioni.
L’AI, almeno in questa fase, viene utilizzata soprattutto per migliorare processi esistenti e non tanto per introdurre prodotti radicalmente nuovi. 
Il 54% delle imprese che già adottano o prevedono di adottare l’intelligenza artificiale individua infatti come obiettivo principale il miglioramento dei metodi e dei processi produttivi. Un ulteriore 24,8% la utilizza per automatizzare specifici task, mentre solo una quota molto contenuta la collega all’espansione della gamma di prodotti o servizi. Ne emerge un approccio pragmatico, più orientato all’efficientamento che alla discontinuità.
È un passaggio che interessa da vicino anche mediatori creditizi, agenti in attività finanziaria, consulenti, servicer e operatori assicurativi. Nei prossimi anni il vantaggio competitivo potrebbe derivare meno dalla creazione di un’offerta completamente nuova e più dalla capacità di gestire pratiche, documenti, istruttorie, segmentazione della clientela e tempi di risposta in modo più rapido, accurato e sostenibile.
In questa prospettiva, l’AI non sostituisce la competenza professionale, ma tende a rafforzarla, liberando risorse da attività ripetitive e consentendo una maggiore concentrazione sulle fasi a più alto valore aggiunto della relazione con il cliente.
Il nodo del lavoro, inevitabilmente, resta uno dei più delicati. Anche su questo terreno, però, i risultati dello studio si collocano su un piano più articolato rispetto a molte rappresentazioni correnti. Nel breve periodo non emergono effetti statisticamente significativi sull’occupazione complessiva. Non si osserva, cioè, una riduzione lineare del numero totale di addetti associabile all’introduzione dell’AI.
Cambia però la composizione della forza lavoro. Le imprese che adottano queste tecnologie registrano un aumento della componente white collar e una contestuale riduzione di quella blue collar. In termini relativi, cresce il peso delle figure impiegatizie e tecnico-amministrative, mentre si riduce quello delle mansioni più standardizzate.
Per i comparti finanziari, assicurativi e immobiliari si tratta di un’indicazione di grande rilievo. La questione non sembra essere, almeno per ora, la sostituzione del lavoro umano in quanto tale, ma la ridefinizione delle competenze richieste. Diventano più centrali i profili in grado di governare gli strumenti tecnologici, verificarne gli output, presidiare i rischi operativi e normativi, integrare l’automazione dentro procedure controllabili e mantenere elevato il livello qualitativo del servizio. In questo senso, l’intelligenza artificiale può essere letta come un acceleratore della trasformazione professionale più che come un semplice fattore di compressione occupazionale.

L’aspetto più interessante è che questi miglioramenti non risultano associati a una compressione del costo del lavoro per addetto.
I benefici sembrano quindi derivare da un’effettiva crescita di efficienza, non da una riduzione opportunistica della componente lavoro. Per gli operatori del credito e per le imprese di servizi regolamentati, questo elemento ha un peso specifico notevole. In un contesto nel quale la pressione sui margini resta elevata e i costi di struttura, inclusi quelli legati alla compliance, continuano a incidere, la possibilità di aumentare produttività e redditività senza compromettere la qualità del presidio organizzativo rappresenta un fattore strategico.

Un ulteriore profilo di interesse riguarda le aspettative sui prezzi e sull’inflazione. Le imprese adottanti non mostrano differenze significative rispetto al passato nei prezzi già praticati, ma tendono a prevedere incrementi futuri più contenuti rispetto alle imprese che non utilizzano AI. La stima riportata nel paper parla di circa 0,4 punti in meno sui prezzi attesi. Inoltre, su orizzonti più lunghi, queste imprese mostrano aspettative inflattive più basse, con una riduzione di circa 0,31 punti a quattro anni. Il dato suggerisce che i guadagni di efficienza associati all’AI possono riflettersi anche sul modo in cui le imprese leggono la propria capacità di contenere i costi e di affrontare gli shock futuri.
Per le funzioni di pianificazione, risk management e controllo di gestione, soprattutto nei settori bancario e assicurativo, si tratta di un’indicazione da non sottovalutare. Se l’intelligenza artificiale contribuirà stabilmente a rendere più efficienti i processi, i riflessi non si limiteranno alla microeconomia della singola impresa, ma potranno incidere sulle dinamiche competitive di interi comparti, sulla formazione dei prezzi e sulla capacità delle organizzazioni di assorbire volatilità esterne.
Lo studio non trascura, comunque, i limiti dell’attuale fase. Gli stessi autori ricordano che l’adozione osservata fotografa ancora uno stadio iniziale e che la penetrazione dell’AI resta fortemente concentrata. La crescita del mercato italiano dell’intelligenza artificiale, che nel 2024 ha raggiunto 1,2 miliardi di euro con un incremento del 58%, è trainata soprattutto dai grandi gruppi e dai progetti di Generative AI. Questo conferma che il tema non è soltanto tecnologico, ma anche dimensionale e organizzativo. Le imprese minori o meno strutturate rischiano di incontrare maggiori difficoltà nel tradurre il potenziale dell’AI in benefici economici concreti.
La conclusione che si può trarre è netta. L’intelligenza artificiale non è più un oggetto di osservazione distante, né un fenomeno confinato alla comunicazione aziendale. Sta già incidendo su produttività, marginalità e organizzazione del lavoro, ma lo fa in modo selettivo, premiando le imprese capaci di accompagnare l’innovazione con adeguati investimenti in competenze, governance e processi. Per gli operatori dei settori bancario, finanziario, assicurativo, immobiliare e del credito, la vera sfida non sarà decidere se confrontarsi con l’AI, ma farlo con un approccio industriale e non episodico.
In definitiva, ciò che emerge dal paper della Banca d’Italia è una trasformazione meno spettacolare di quanto spesso venga raccontato, ma molto più concreta. L’intelligenza artificiale non appare come una scorciatoia, né come una soluzione automatica ai problemi di competitività. È, piuttosto, una leva che può produrre risultati reali quando viene inserita in un contesto organizzativo maturo, sorretta da competenze adeguate e da una chiara capacità di esecuzione. Ed è probabilmente proprio su questo terreno, più che sulla sola disponibilità della tecnologia, che si misurerà nei prossimi anni il vantaggio competitivo delle imprese italiane.





























