Imprese, bene il business gestito in famiglia. Manca solo il capitale di rischio

Le aziende familiari funzionano meglio e ottengono buoni risultati economici. Ma non riescono a sfruttare le opportunità di acquisizioni o di progetti straordinari che la crisi offre. La causa è da ricercare nella carenza di liquidità, nella carenza di autofinanziamento. È questo il ritratto che emerge dall’Osservatorio AIdAF-Unicredit-Bocconi sulle aziende familiari di medie e grandi dimensioni, presentato il 21 ottobre alla Bocconi.

Lo studio ha analizzato per la prima volta gli assetti societari e i bilanci di tutte le imprese familiari italiane con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro (4.251 aziende, che si riducono a 2.484 eliminando le duplicazioni date da imprese monobusiness facenti capo a una holding familiare) nel quinquennio 2003-2007. E il sistema sembra funzionare alla perfezione: le aziende con la redditività più alta sono quelle nelle quali la gestione è in capo al binomio presidente familiare/amministratore delegato familiare o amministratore unico familiare. L’Osservatorio fa giustizia di alcuni luoghi comuni che vorrebbero le aziende familiari come arretrate rispetto al resto dell’economia. In realtà il loro tasso di crescita dal 2003 al 2007 è stato del 50,5%, poco al di sotto di quello delle imprese controllate da coalizioni (54%), ma superiore a quello delle altre tipologie: aziende controllate dallo stato o enti locali (48%), filiali di multinazionali (38%) e cooperative (36%). La loro redditività degli investimenti (9,1%) è superiore a quella di ogni altra classe e gli stipendi che assicurano ai dipendenti sono mediamente più alti del 5% rispetto a quelli degli altri.

L’ostacolo maggiore al successo di queste imprese è rappresentato dalla mancanza di capitale a rischio: solo il 15% delle aziende familiari, alla fine del 2007, aveva disponibilità liquide superiori ai debiti finanziari, rispetto al 38% delle filiali di multinazionali e al 30% delle aziende controllate dallo stato o da enti locali. “Già alla fine del 2007 le aziende familiari tendevano a utilizzare in misura maggiore delle altre aziende il debito bancario e nel corso del 2008 il ricorso al debito è ulteriormente aumentato” ha dichiarato Guido Corbetta, cattedra AIdAF-Alberto Falck di strategia delle aziende familiari della Bocconi e coautore del rapporto.

In particolare, “il rapporto tra posizione finanziaria netta (debiti finanziari – disponibilità liquide) e ebitda (margine operativo lordo) delle aziende familiari è stato, nel quinquennio 2003-2007, più alto di quello di ogni altro tipo di impresa e nel corso del 2008, secondo dati preliminari, è cresciuto di un altro punto percentuale, con il 41% delle aziende al di sopra della soglia critica di 5 – secondo quanto riportato in un comunicato della Bocconi -. Tra il 2007 e il 2008 sono aumentate dal 2,5% al 7% le aziende familiari con ebitda inferiore allo zero, e dunque con serie difficoltà prospettiche nel ripagare il debito”.

La conclusione dei due autori della ricerca, Guido Corbetta e Alessandro Minichilli, è che “tutto ciò induce a suggerire a molte famiglie imprenditoriali italiane che sia necessario procedere a rafforzare il capitale proprio delle aziende controllate con risorse familiari o di altri soggetti”.

Imprese, bene il business gestito in famiglia. Manca solo il capitale di rischio ultima modifica: 2009-10-22T10:53:52+00:00 da Flavio Meloni

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