La riforma degli Intermediari ex art. 106: un potenziale effetto negativo sulla congiuntura economica

 

Cesseranno quindi di operare, nella maniera in cui lo hanno fatto sin’ora, i soggetti iscritti all’Elenco generale di cui all’art. 106 del TUB (pre riforma).

La maggior parte di questi, infatti, consta di strutture snelle, di poche persone adibite all’operatività nonché al controllo  degli adempimenti individuati dalla normativa vigente:

–       Rispetto delle procedure in materia di Trasparenza delle Operazioni e dei Servizi Bancari e Finanziari (Disposizioni della Banca d’Italia del 29 Luglio 2009);

–       Rispetto della Normativa Antiriciclaggio (D. Lgs. 231/07 e successive modifiche);

–       Rispetto della Normativa Antiusura (Lg.108/96);

–       Rispetto della Normativa sulla Privacy (Lg. 196/2003).

L’organizzazione interna ed i presidi dei rischi risultano, dunque, relativamente semplici.

L’organizzazione fondata su procedure snelle che vedono nell’assoluta assenza di soluzioni di continuità all’interno del processo operativo, peraltro completamente organizzato in team working, il modello di lavoro maggiormente rappresentativo e più facilmente adattabile alla struttura costi-ricavi tipica per le proprie dimensioni. La ‘mappatura’ dei processi funzionali, risulta quindi ridotta al minimo.

Estrema attenzione e cura è dedicata, invece, alle procedure di valutazione del rischio di credito. Sistematico il ricorso alle centrali rischi private (in assenza della C.R. Banca d’Italia). Importante il ruolo dell’informazione desumibile direttamente sul territorio.

L’operatività è spesso circoscritta ad una ristretta area territoriale, condizione questa che limita fortemente sia l’esposizione in termini di attivi creditizi che la conseguente necessità, da parte dell’intermediario, di dover reperire risorse di debito sul mercato da utilizzare negli impieghi. Spesso dunque i piccoli intermediari ex art. 106 (pre-riforma) operano attraverso risorse proprie. In conseguenza di ciò anche il livello di rischio sistemico (qualora si possa pensare che ce ne sia almeno nelle circostanze come descritte sopra) è pressoché inesistente.

Diverso è il caso afferente agli intermediari ex art. 106 che svolgono una operatività sul piano nazionale sfruttando le sostenute linee di credito concesse soprattutto da banche.

Del primo ‘gruppo’ fanno parte anche le cosiddette finanziarie di marca (tipiche quelle del settore agricolo e/o del caffè).

Il passaggio dalla ‘corrente’ alla ‘nuova’ tipologia di intermediario finanziario ex art. 106 TUB comporta, invece, la precisa definizione di un modello organizzativo coerente con l’articolato di detto decreto nonché conforme alle disposizioni regolamentari che saranno emanate dalla Banca d’Italia in materia di struttura organizzativa: amministrativa, contabile, di controllo interno, ecc…

Sul mercato creditizio si presenta, poi, sebbene non ne siano ancora chiare e definite le modalità e forme tecniche finanziarie, la possibilità di operare attraverso la snella struttura delle società di Microcredito, ex art. 111 TUB (post riforma) che, pur avendo, rispetto alle vecchie finanziarie ex art. 106 numerose restrizioni operative, rappresenterebbero un veicolo dalla indubbia importanza, fornendo l’opportunità a taluni operatori di specializzarsi in una specifica nicchia di mercato (società di persone, società cooperative e altri soggetti ben specificati in fase di startup, persone fisiche in condizioni di particolare vulnerabilità economica).

Il rischio, neppure troppo recondito, è che si agisca attraverso questa riforma con effetti negativi sulla possibilità di accedere a finanza da parte di soggetti non bancabili che all’improvviso non godranno più neppure del sostegno dei piccoli intermediari finanziari, così come nel rischio stesso di sottrarre finanza attiva a soggetti che sono riusciti ad attraversare il mare magnum della crisi anche grazie all’elastico sostegno finanziario loro fornito dai medesimi soggetti sui quali le nuove norme agiscono.

Sia ben chiaro che non si ritiene assolutamente inopportuna una riforma del settore, anzi assolutamente necessaria, ma che le righe di cui sopra esprimono un profondo timore per le modalità fin troppo pervasive cui si è fatto ricorso, soprattutto se rapportate al momento storico caratterizzato da un contesto di ciclo economico sicuramente non favorevole all’attuazione di una riforma dai potenziali effetti (almeno nel breve) negativi per il mondo delle imprese italiane.

Roberto Bramato – Operation Manager presso Milliora Finanzia Spa

La riforma degli Intermediari ex art. 106: un potenziale effetto negativo sulla congiuntura economica ultima modifica: 2013-01-07T18:22:35+00:00 da Flavio Meloni

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