Il Medio Oriente torna a pesare sull’economia globale e lo fa nel punto più delicato: energia, prezzi, fiducia, credito. Il Bollettino Economico n. 2/2026 della Banca d’Italia descrive una fase in cui il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non è soltanto un nuovo fattore di instabilità geopolitica, ma un elemento che può incidere direttamente sulle prospettive di crescita, sulle aspettative dei mercati e perfino sulle future condizioni di finanziamento per famiglie e imprese.
Il punto focale è lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il transito di petrolio, gas naturale e altre materie prime essenziali. Il blocco della navigazione e i danni alle infrastrutture energetiche hanno riportato in primo piano il rischio di un nuovo shock sui prezzi. Non è soltanto un problema di approvvigionamento. Quando il flusso delle forniture si interrompe o si complica, l’effetto si propaga rapidamente: salgono i costi, cresce l’incertezza, si irrigidisce il clima sui mercati.
La tregua di due settimane annunciata l’8 aprile e in scadenza il 22 ha alleggerito solo per poco la pressione. Le quotazioni di petrolio e gas hanno rallentato temporaneamente, ma il sollievo è durato poco riportando le quotazioni sopra i 97 dollari al barile, a causa di dubbi sulla reale riapertura dei transiti marittimi e sulla tenuta del cessate il fuoco. È da qui che riparte la lettura di Via Nazionale: il problema non è solo l’evento bellico in sé, ma la sua capacità di lasciare effetti economici persistenti, anche se la crisi non dovesse aggravarsi.
La reazione dei mercati finanziari è stata rapida. Sono aumentati i rendimenti sovrani e i premi per il rischio, i mercati azionari hanno perso terreno e il dollaro ha rafforzato il suo ruolo di valuta rifugio. Intanto crescono anche i costi di assicurazione e di trasporto marittimo. Un dettaglio solo in apparenza tecnico. In realtà è uno degli elementi che rendono più difficile immaginare un ritorno veloce ai livelli pre-conflitto per i prezzi dell’energia.
Guardando alla crescita mondiale, il quadro si fa più fragile. Negli Stati Uniti l’attività economica risente della sospensione temporanea delle attività federali, pur restando sostenuta dagli investimenti nell’intelligenza artificiale. In Cina, invece, continua a essere l’export a tenere in piedi il PIL. La stima del Fondo monetario internazionale per il 2026 resta al 3,1 per cento, ma la Banca d’Italia segnala anche uno scenario più severo, in cui la crescita globale potrebbe scendere fino a circa il 2 per cento se il conflitto dovesse protrarsi o ampliarsi.
L’area dell’euro non è affatto al riparo. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026 l’economia ha perso slancio e le nuove tensioni internazionali hanno peggiorato le prospettive. Le proiezioni della BCE indicano per quest’anno un aumento del PIL dello 0,9 per cento. Un dato che segnala continuità della crescita, ma con un passo molto contenuto. Sul fronte dei prezzi, poi, la questione torna centrale: nello scenario di base l’inflazione è attesa al 2,6 per cento nel 2026, ma in una situazione più avversa potrebbe superare il 4 per cento nel biennio 2026-2027, comprimendo ulteriormente le attività economica.
È qui che la geopolitica incrocia direttamente il mercato del credito. Per banche, finanziarie, mediatori creditizi, agenti in attività finanziaria e reti distributive in genere, il punto non è soltanto osservare i prossimi movimenti della BCE, ma capire quanto a lungo questa nuova ondata di tensione riuscirà a spostare verso l’alto aspettative inflazionistiche e tassi di mercato. Nella riunione di marzo, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha lasciato invariato il costo del denaro, scegliendo una linea prudente.
Prima di aprire davvero la stagione dei rialzi di tasso (se ne prevedono due nell’anno), Francoforte vuole misurare gli effetti della crisi mediorientale su prezzi e crescita.
Nel frattempo il credito continua a muoversi su binari differenziati. Tra novembre e febbraio il costo dei prestiti alle imprese è rimasto sostanzialmente stabile, mentre i tassi sui mutui hanno registrato un lieve aumento. Anche sul fronte delle erogazioni il quadro resta diviso. Il credito alle imprese mostra segnali di debolezza, frenato da una domanda ancora moderata e da un irrigidimento dei criteri di offerta da parte di banche e finanziarie. Le famiglie, invece, tengono un po’ meglio, soprattutto grazie ai mutui per l’acquisto di abitazioni, che continuano a sostenere la dinamica dei finanziamenti.
In Italia la crescita prosegue, ma senza slancio. La previsione della Banca d’Italia indica un aumento del PIL dello 0,5 per cento sia nel 2026 sia nel 2027. A dare un contributo positivo sono stati soprattutto gli investimenti in abitazioni, sostenuti dagli incentivi fiscali per le ristrutturazioni. Più debole, invece, il lato dei consumi, che mostra una maggiore cautela da parte delle famiglie. È un segnale importante, perché riflette un clima in cui le decisioni di spesa e di indebitamento restano condizionate da incertezza, costo della vita e prospettive reddituali.
Se il conflitto dovesse protrarsi, l’impatto sull’economia italiana diventerebbe più visibile. Nello scenario avverso richiamato nel Bollettino, il PIL risulterebbe inferiore di circa mezzo punto percentuale nel 2026 e di un punto nel 2027 rispetto alle previsioni. Non sarebbe una correzione marginale. Vorrebbe dire minore domanda interna, minore propensione agli investimenti e condizioni più difficili anche per chi opera nell’intermediazione del credito.
C’è poi il capitolo inflazione, che torna a occupare una posizione centrale. Nei primi mesi dell’anno l’Italia è rimasta sotto la media dell’area euro, ma l’aumento dei carburanti osservato a marzo è destinato a trasferirsi sui prezzi al consumo nei mesi successivi. La stima centrale per il 2026 è del 2,6 per cento, ma nello scenario peggiore il tasso potrebbe arrivare al 4,5% già quest’anno. Una soglia che cambierebbe radicalmente il quadro, perché inciderebbe sul potere d’acquisto delle famiglie, sul costo dei finanziamenti e sulla capacità delle imprese di programmare investimenti e margini.
C’è poi un altro nodo, quello dei conti pubblici. Nel 2025 l’indebitamento netto in rapporto al PIL è diminuito, ma il peso del debito è aumentato, anche per effetto del trascinamento dei crediti d’imposta legati alle ristrutturazioni edilizie. È un elemento che conta, perché riduce i margini proprio in una fase in cui l’economia avrebbe bisogno di stabilità, fiducia e maggiore capacità di assorbire gli shock esterni.
Il punto, allora, è che il conflitto in Medio Oriente non resta confinato nella dimensione diplomatica o militare. Entra nell’economia reale, si riflette sulle decisioni delle banche centrali, modifica il costo del denaro e rende più difficile l’accesso al credito per chi deve finanziare una casa, sostenere un investimento o riorganizzare il proprio debito. Per il settore del credito si apre così una fase più selettiva, in cui leggere bene il contesto diventa parte integrante della consulenza.
Il mercato dei mutui italiani, almeno per ora, mostra ancora una certa capacità di tenuta. Ma sarebbe un errore leggerlo come un segnale di piena tranquillità. In uno scenario del genere, la qualità dell’assistenza a famiglie e imprese conta ancora di più: non solo nella ricerca della soluzione migliore, ma anche nella capacità di interpretare in tempo un passaggio che, da economico, rischia di diventare rapidamente sociale.























