Moratti, presidente cda Ubi Banca: “Il Pluralismo bancario come valore per il Paese”

Ubi Banca, logoRiceviamo e pubblichiamo il testo di una lettera inviata da Letizia Moratti, presidente del cda di Ubi Banca, al Corriere della Sera.

Caro direttore,

grazie per l’ospitalità che mi offre e che segue la lettera del Presidente di Intesa, Gros-Pietro. I toni distensivi del Presidente non attenuano l’effetto dirompente dell’Offerta pubblica di scambio, annunciata da Intesa su Ubi nel giorno di presentazione del nostro piano industriale, peraltro apprezzato dalla Borsa. L’Ops potrebbe determinare l’eliminazione di un concorrente solido e potenziale creatore di un terzo polo. Il Presidente Gros-Pietro prospetta vantaggi alla clientela, ma è inevitabile che le concentrazioni comportino la riduzione dei fidi a chi fosse cliente di entrambi. Intesa nega effetti negativi sulla concorrenza, perché la banca avrebbe una quota di mercato paragonabile a quella delle prime banche in Francia e Spagna. Ma ai fini della competizione sui mercati nazionali rileva anche la distanza tra il primo operatore e gli altri attori di mercato. E in Italia il secondo operatore è circa la metà di Intesa. È quindi auspicabile che in Italia i processi di concentrazione portino a una pluralità di banche di dimensioni tali da poter competere tra loro. Un pluralismo che tutelerebbe il risparmio come vuole l’articolo 47 della Costituzione. Servono poli bancari alternativi, possibilmente non scelti dal più grande, ma formati liberamente sul mercato considerando i mezzi propri, la raccolta, gli impieghi e le fabbriche prodotto, considerando la massa critica quantitativa e qualitativa che senza Ubi sarebbe insufficiente.

L’Ops non concordata, avrebbe solo l’effetto di elidere il concorrente cruciale a un prezzo assai inferiore al suo reale valore che, come ogni imprenditore sa, non si misura sulla quotazione finanziaria di un giorno ma sulla consistenza reale e prospettica dell’azienda. D’altronde le operazioni di aggregazione bancaria realizzate in Italia e in Europa negli ultimi decenni, sono sempre state il risultato di azioni concordate. È questo il caso della storia che ha portato alla costituzione di Ubi nel 2007 e anni prima della stessa Intesa. Un modus operandi di successo che comporta vantaggi, primo fra tutti, la possibilità di proseguire serenamente la propria mission nel servire i clienti e i territori di riferimento. Ubi ha una lunga storia di aggregazioni che ha portato a riunire in un unico gruppo una pluralità di culture aziendali e territoriali: Bergamo e Brescia, Varese, Cuneo, Pavia e il  Centro Sud dimostrando di saper coniugare la cultura imprenditoriale e del libero mercato, con i valori della sostenibilità e dell’inclusività. A questo proposito vorrei sottolineare che Ubi può contare nel proprio consiglio e tra gli azionisti alcuni tra gli imprenditori italiani di maggiore successo internazionale. Al contempo abbiamo una quota di mercato nell’attività economica a sostegno del terzo settore e del mondo del volontariato più che proporzionale rispetto alla nostra naturale quota di mercato.

In quanto Donna Presidente mi fa piacere sottolineare l’importanza che il nostro istituto attribuisce alla diversità di genere come fattore di arricchimento della cultura d’impresa. Il 50% della prima linea di Ubi è costituita da donne di successo, arrivate a queste posizioni attraverso una dura selezione meritocratica. L’Ops è arrivata in contemporanea con la pandemia che ha colpito in misura maggiore le aree di Bergamo e Brescia dove la banca ha radici forti. Un’emergenza che ci ha portato a vivere con determinazione il ruolo di sostegno a famiglie e imprese attivando iniziative del valore di circa 10 miliardi di euro. Successivamente, con l’attivazione degli schemi con  garanzia dello Stato, Ubi ha raggiunto quote di mercato, in termini di concessioni pari al 50% del totale italiano.

È importante preservare l’agilità di Ubi nel servire i territori e continuare a tutelare la concorrenza. E questa tutela verrebbe meno nell’ipotesi di eliminazione di Ubi e la disaggregazione in parti della nostra banca.

Una situazione aggravata dal dilapidare il patrimonio di conoscenza e cultura economica che Ubi condivide, in alcuni casi da oltre un secolo, con famiglie e imprese nelle aree in cui è presente. Questo valore non è rapidamente ricostituibile ed è il frutto di una disciplina oggi chiamata Kyc (Know Your Customer) che ha permesso a Ubi di avere una qualità del credito tra le migliori, se non la migliore, in Italia, nel corso della crisi negli anni tra il 2011 e il 2016. Il lettore che confrontasse questa lettera con la precedente, avrà colto la diversità negli approcci e nelle culture manifestate. Fortunata quella comunità che può continuare a godere del pluralismo culturale in ogni campo. Ed è proprio per questo che è amaro osservare come questa vicenda sin dalle prime battute si sia svolta con metodi e toni che con il rispetto di opinioni e culture diverse male si conciliano. Chi invoca la trasparenza del mercato deve adottare metodi coerenti, rispettosi del diritto di voce, riottosi al fascino della censura.

Letizia Moratti

Presidente UBI Banca