Rossi, Ivass: ecco gli highlights del discorso

Ivass LogoUna riflessione sui potenziali “pericoli” che le nuove tecnologie rappresentano per il mercato tradizionale delle assicurazioni. Una considerazione sulla sovrapposizione tra l’attività delle banche e quella delle assicurazioni, in particolare in relazione all’attività di distribuzione. Una panoramica sullo stato di salute del sistema assicurativo italiano e infine un ragionamento sull’attività di vigilanza posta in essere dall’Ivass. Sono questi i quattro punti più importanti toccati dal presidente dell’Ivass Salvatore Rossi nel corso della presentazione della relazione sull’attività svolta dall’istituto nel corso del 2014.

“L’evoluzione tecnologica sta investendo in pieno la finanza – ha sottolineato Rossi all’inizio del suo intervento -. Un coacervo di novità, riassunto nel neologismo inglese fintech (o tecnologia per la finanza), prende piede e mette in discussione i modi passati e presenti di fare finanza e i modelli di business degli intermediari. Queste novità riguardano prevalentemente le banche. Sono coinvolte tutte e tre le loro principali attività: credito, servizi di pagamento, servizi di supporto al credito e di consulenza. Le corrispondenti fonti di reddito (margine di interesse, commissioni di pagamento, commissioni varie) sono minacciate di inaridimento. Il credito, in particolare quello alle famiglie e alle piccole imprese, può già essere erogato attraverso piattaforme peer-to-peer, in cui la valutazione del merito di credito viene demandata ad algoritmi che sfruttano con metodi ottimizzanti tutti i dati presenti in rete (big data) su ciascun richiedente credito; viene così automatizzata proprio quella capacità di raccogliere e valutare soft information, cioè informazioni basate sulla conoscenza personale diretta, che è vanto e ragion d’essere delle banche, specie piccole, e del loro personale. I servizi di pagamento evolvono già verso forme che passano prevalentemente per tablets e smartphones, in cui il provider del servizio di pagamento può essere chiunque. Insomma, per le banche il terreno si è fatto accidentato. E per le assicurazioni? A una osservazione superficiale esse possono sembrare più al riparo dai venti dell’innovazione tecnologica. Non è così. Anche nel mondo assicurativo, come in quello bancario, il nuovo ecosistema digitale in cui siamo tutti immersi mette a rischio i modi tradizionali, ad alta intensità di lavoro, di svolgere il core business, assimilandolo a una commodity la cui produzione andrebbe automatizzata perché sia efficiente e redditizia”.

Il punto chiave, ha aggiunto Rossi per le assicurazioni come per le banche, è la conoscenza del cliente, “quella conoscenza che il mondo digitale, popolato di social media, rende secondo alcuni meglio acquisibile con procedure automatiche che attraverso la relazione umana funzionario-cliente. Una conoscenza approfondita e affidabile del cliente è d’altro canto cruciale sia per disegnare il suo profilo di rischio, sia per configurare un prodotto personalizzato che sia più attraente in termini di qualità, non solo di prezzo, dunque più competitivo”.

Nel mettere a confronto banche e assicurazioni, ha proseguito Rossi, si deve prestare attenzione alle “differenze ontologiche fra i due tipi di intermediari. Ad esempio, le banche hanno rapporti con due distinte categorie di clientela: dal lato del passivo, acquirenti di servizi di pagamento e di gestione della liquidità o del risparmio; dal lato dell’attivo, acquirenti di servizi di credito. Le assicurazioni fronteggiano una sola classe di clienti, i sottoscrittori delle polizze, anche se molto eterogenei: i servizi che acquistano possono andare dalla protezione contro il rischio di un danno fino all’investimento di lungo termine del risparmio. Dal lato dell’attivo, le compagnie sono esse stesse investitori di lungo termine”.

Questa diversità di genere fra banche e assicurazioni, ha spiegato il presidente dell’Ivass, tende però a sfumarsi, almeno nella vendita di prodotti rivolti al risparmio e negli investimenti dell’attivo. E qui si arriva al secondo punto, che riguarda la sovrapposizione tra l’attività delle banche e quella delle assicurazioni, principalmente in relazione all’attività di distribuzione. “Le banche trovano più difficile fare credito alla maniera tradizionale, soprattutto alle piccole e medie imprese, per l’aumento della rischiosità media, per i maggiori requisiti regolamentari di capitale, per i l ridursi dei margini di interesse. Le assicurazioni vedono la redditività dei tradizionali in titoli di stato e immobili compressa dalla lunga congiuntura sfavorevole e dal persistente basso livello dei tassi di interesse. Si aprono spazi di mercato. Le compagnie guardano a investimenti alternativi, come i crediti cartolarizzati, e nel ramo vita cercano di puntare su polizze con minori garanzie di rendimento, o nessuna, perché quelle a garanzia piena hanno un costo sia per i bassi tassi di interesse sia per l’assorbimento di capitale imposto dalle nuove regole”.

Rossi ha parlato anche di Solvency II: “Stiamo tutti, compagnie e autorità di vigilanza, lavorando alacremente a preparare gli strumenti per calcolare i nuovi requisiti di capitale in funzione dei diversi tipi di rischio, la grande novità portata da Solvency 2: modelli interni, parametri specifici, schemi standard. Un compito di grande complessità tecnica, da completare in pochi mesi. Restano alcune questioni aperte nelle sedi internazionali. Due fra tutte: il trattamento a fini prudenziali dei titoli di debitori sovrani e la doppia contabilità che le aziende si apprestano a dover produrre. In una opinion rilasciata lo scorso 14 Aprile l’EIOPA ha suggerito alle autorità di vigilanza nazionali di verificare che le compagnie di assicurazione non seguitino a considerare nei loro modelli interni i titoli sovrani come privi di rischio. Questa opinion è stata approvata a maggioranza del Consiglio dell’EIOPA, con il parere contrario dell’Ivass e di alcune altre autorità. Abbiamo votato contro non per una impropria difesa di interessi nazionali, ma perché credevamo che l’assunto fosse discutibile sul piano della correttezza analitica. La volatilità del valore dei titoli pubblici di alcuni paesi dell’area dell’euro che si è manifestata in occasione della “crisi dei debiti sovrani” ha riflesso in grande misura generali timori di rottura dell’euro. Un evento la cui probabilità è stata sovrastimata dai mercati; le stesse valutazioni delle agenzie di rating tendono ad avere effetti pro-ciclici”.

Anche in campo bancario si sta svolgendo una discussione analoga: “Il rischio macro-prudenziale di vendite improvvise e massicce di titoli per non incorrere in maggiori assorbimenti di capitale è oggetto di preoccupazione. Siamo comunque consapevoli del problema insito nell’ampia quota di attivi delle nostre compagnie investita in titoli di Stato italiani. A marzo scorso abbiamo chiesto loro di prendere in considerazione il rischio sovrano nello schema di autovalutazione prospettica dei rischi (Own risk and solvency assessment – ORSA). Ne valuteremo caso per caso le eventuali implicazioni, anche in termini di coefficienti patrimoniali”.

Passando ad analizzare lo stato di salute del sistema assicurativo italiano Rossi ha evidenziato che “nei rami ‘danni’ non automobilistici la cronica  ottoassicurazione degli italiani non accenna a mutare. Nel 2014 sono stati pagati premi pari solo all’1 per cento del Pil, molto meno della metà che in Francia e in Germania. Osserviamo fenomeni preoccupanti, come il ritrarsi degli assicuratori nazionali dal segmento della responsabilità civile sanitaria (medical malpractice), associato a un maggior ricorso o all’autoassicurazione o a prodotti offerti da operatori che hanno la veste giuridica di compagnie di altri paesi dell’Unione europea ma sono in realtà diretti dall’Italia e talora poco affidabili. Sono rischi a forte rilevanza sociale, la cui copertura con strumenti di mercato dovrebbe essere incentivata. Abbiamo di recente avviato un’indagine conoscitiva, i cui primi risultati ci hanno confermato la presenza di problemi sia di domanda sia di offerta. Contiamo, al termine dell’indagine, di fornire al mercato e alle istituzioni interessate ipotesi di soluzione, eventualmente anche di tipo normativo“.

Da ultimo il numero uno dell’Ivass ha dedicato una riflessione all’attività di vigilanza svolta dall’istituto che dirige, sottolineando in particolare la differenza che intercorre tra Banca d’Italia e Ivass.

“Nel 2014 abbiamo condotto 34 ispezioni di vigilanza prudenziale e antiriciclaggio, impegnando 3.700 giorni/persona, e 46 visite on-site presso le imprese che stavano predisponendo i modelli di valutazione del rischio previsti da Solvency 2, impegnando 800 giorni/persona. Abbiamo trattato quasi 800 segnalazioni di casi problematici riguardanti gli intermediari assicurativi (agenti e broker); gestito 120 ricorsi amministrativi contro le nostre decisioni. Sull’attività relativa a sanzioni e liquidazioni mi soffermerò più avanti. Nella tutela del consumatore sono stati esaminati 26.000 reclami, risposto in modo documentato a 43.000 telefonate indirizzate al call center. Il ‘Direttorio integrato’, che delibera sulle materie di rilevanza esterna, si è riunito 26 volte e ha trattato circa 200 questioni. L’azione dell’Istituto si è intensificata anche grazie all’applicazione di metodi nuovi, in qualche caso sostitutivi di obsoleti, come quelli che regolavano la revisione interna; in altri casi impiantati per la prima volta, come nel caso della Guida ispettiva (completata) e del Manuale di vigilanza cartolare (da completare). L’esperienza e le “migliori pratiche” della Banca d’Italia ci hanno naturalmente offerto orientamenti, nello spirito della legge istitutiva dell’Ivass. Una prassi di rilievo importata dalla Banca consiste ad esempio nell’interloquire direttamente con i consigli di amministrazione delle compagnie vigilate. Per il momento ciò è avvenuto soprattutto in occasione della consegna di rapporti ispettivi; in futuro, Solvency 2 lo richiederà sistematicamente. Abbiamo fatto della consegna dei rilievi ispettivi un momento saliente dell’attività di vigilanza, una sede per fare il punto sulla situazione delle imprese assicurative. Non ci limitiamo a riscontrare difetti di conformità alle norme: portiamo all’attenzione degli amministratori le disfunzioni organizzative rilevate e indichiamo, sulla base di documentate analisi tecniche, gli ambiti di rafforzamento della gestione e dei controlli interni. Le stesse compagnie visitate hanno avuto modo di misurare l’utilità dei rilievi e delle raccomandazioni formulati dagli ispettori.Stiamo più in generale ripensando le modalità della vigilanza. Avvertiamo la necessità di un rapporto evoluto con le imprese, basato sulla condivisione delle valutazioni sui rischi. Solvency 2 lo implica: fornisce una metrica di valutazione del rischio basata su criteri economici, quindi un linguaggio comune con cui dialogare; non si accontenta di un approccio di cruda compliance. Vorremmo poter dedicare più risorse a quella parte della vigilanza che è socialmente più utile, cioè quella che mira a prevenire i problemi. Ispezioni sul campo e analisi dei dati ne sono gli strumenti principali. Molte nostre brave risorse sono però assorbite dalla vigilanza “punitiva”: sanzioni, liquidazioni”.

Lo impone, ha proseguito Rossi “un apparato normativo decisamente vecchio; concorrevano fino a poco tempo fa prassi interne all’Istituto, che stiamo modificando. La legge impone di sanzionare infrazioni anche minime; ma per tutte, incluse quelle massime, fissa sanzioni pecuniarie solo a carico delle imprese, non delle persone fisiche degli amministratori o dirigenti, e per di più in una misura (23 milioni per il complesso del sistema lo scorso anno, lo 0,02% dei premi) che le imprese sanzionate assorbono tranquillamente nei conti aziendali, al più traslando l’onere sui prezzi. L’effetto di deterrenza, fatta eccezione per la perdita di reputazione, è molto modesto. Per le banche, la Banca d’Italia istruisce 100 procedure sanzionatorie ogni anno, a carico di 900 persone; per le assicurazioni, l’Ivass ne istruisce 3.000. La differenza è notevole: l’Ivass lavora molto per ottenere poco. Le liquidazioni coatte di compagnie assicurative soffrono anch’esse di norme che producono risultati paradossali: sono in questo momento ancora aperte 58 procedure, 14 delle quali iniziate oltre 30 anni fa! È una di quelle anomalie italiane che è sempre molto difficile spiegare a un osservatore straniero. Ci stiamo adoperando per migliorare e sveltire le gestioni di queste procedure ogniqualvolta ciò sia nei nostri poteri: abbiamo adottato linee guida per la nomina degli organi di gestione delle crisi e definito un codice deontologico a cui gli stessi devono attenersi; abbiamo rivisto la nostra regolamentazione per rendere i commissari liquidatori più autonomi, al fine ultimo di accorciare la durata delle procedure; abbiamo sostituito 25 commissari liquidatori, alcuni di età superiore a 75 anni, e 60 componenti di comitati di sorveglianza, circa metà del totale; stiamo sperimentando soluzioni concordatarie o pattizie per porre fine più rapidamente alle procedure in corso. L’anno scorso se ne sono chiuse, o sono giunte al riparto finale, 15; altre 8 se ne potranno chiudere quest’anno. Entro il 2016 più di metà di quelle in essere due anni fa potranno considerarsi concluse”. 

Rossi, Ivass: ecco gli highlights del discorso ultima modifica: 2015-06-24T17:28:28+00:00 da Redazione

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