Visco, Banca d’Italia: “La crescita dell’economia italiana è tuttora inferiore a quella media degli altri paesi dell’area”

Banca d'Italia Logo Ultimo“L’economia italiana è in recupero. La crescita del prodotto si è irrobustita lo scorso anno, portandosi all’1,5 per cento, più di quanto atteso dai principali previsori. È stata sospinta in misura ancora rilevante dalle politiche macroeconomiche, ma è in aumento la sua capacità di autosostenersi”. Lo ha dichiarato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco durante il suo discorso in occasione della presentazione della relazione annuale dell’istituto.

La domanda, ha sottolineato il numero uno di Palazzo Koch, “ha riflesso il buon andamento dei consumi e soprattutto degli investimenti, aumentati del 3,8 per cento ma ancora lontani dai livelli precedenti la crisi. Il rafforzamento dell’accumulazione di capitale, mancata nei primi anni della fase espansiva, pone le basi per il proseguimento della crescita. Gli investimenti in beni strumentali hanno beneficiato delle agevolazioni fiscali, degli incentivi per l’innovazione tecnologica, delle favorevoli condizioni di finanziamento e del progressivo miglioramento della fiducia delle imprese sulle prospettive di domanda. Alla crescita dei consumi ha contribuito quella dell’occupazione, stimolata dalle misure di sostegno alla domanda di lavoro. Nonostante l’aumento della partecipazione al lavoro indotto dal miglioramento delle prospettive di impiego, la disoccupazione è scesa dal picco di poco meno del 13 per cento nel 2014 a circa l’11″.

Le esportazioni si sono confermate “un fattore trainante della crescita. Nel 2017 hanno registrato un’espansione del 5,4 per cento, superiore a quella degli altri principali paesi dell’area dell’euro. L’aumento si è consolidato nel corso del secondo semestre dell’anno nonostante il marcato apprezzamento del cambio occorso dalla primavera; è un segnale di recupero della capacità delle nostre imprese di competere sui mercati internazionali. Grazie soprattutto all’avanzo delle partite correnti, le passività nette dell’Italia sull’estero hanno continuato a diminuire, scendendo dal 23 per cento del prodotto nel 2013a meno del 7; questo dato si confronta con una posizione attiva netta verso l’estero del 60 per cento in Germania e con una passiva del 20 per cento in Francia e dell’80 in Spagna.

L’espansione dell’attività produttiva “ha riguardato pressoché tutti i settori dell’economia: il valore aggiunto ha accelerato nella manifattura e nei servizi e ha segnato il primo incremento significativo dal 2006 nelle costruzioni. È stata accompagnata da una ripresa della domanda di prestiti sostenuta dai bassi tassi di interesse; le condizioni di accesso al credito sono migliorate, anche se persistono difficoltà per le imprese di minori dimensioni e per quelle delle costruzioni, ancora caratterizzate da una maggiore rischiosità. Nella media del 2017 l’inflazione al consumo è tornata positiva, all’1,3 per cento, ma si è indebolita nei primi mesi di quest’anno; la componente di fondo si mantiene al di sotto dell’1 per cento dallo scorso autunno. La dinamica dei salari è sostanzialmente in linea con quella, modesta, della produttività”.

In questo contesto le imprese italiane “hanno conservato i guadagni di competitività conseguiti negli ultimi anni. Nei primi mesi del 2018 si sono osservati anche in Italia alcuni segnali di rallentamento dell’attività manifatturiera e un lieve calo degli indici di fiducia delle imprese. Nell’opinione prevalente si tratta di un indebolimento temporaneo; la produzione industriale avrebbe parzialmente recuperato da marzo. Uno scenario di crescita moderata e di inflazione in graduale aumento resta il più probabile; i rischi al ribasso sono però aumentati, anche in relazione agli sviluppi del quadro internazionale”.

Preservare la fiducia delle famiglie, delle imprese e degli investitori è per Visco “condizione necessaria per il proseguimento della crescita dell’economia. Gli effetti di una politica monetaria meno espansiva sarebbero contenuti anche grazie al basso indebitamento delle famiglie e alla riduzione di quello delle imprese, alla limitata esposizione degli intermediari finanziari alle conseguenze di un aumento dei tassi, all’elevata vita media residua del debito pubblico, oggi superiore a sette anni. Ma è cruciale che le condizioni sui mercati finanziari si mantengano favorevoli”.

La fase ciclica in cui si trova la nostra economia, ha spiegato il governatore “è diversa dalle precedenti. La crisi è stata molto più profonda e lunga di tutte quelle passate; la ripresa è più lenta che in altre occasioni: in cinque anni il prodotto ha recuperato solo la metà dei nove punti percentuali persi durante la doppia recessione. Restano inutilizzati ampi margini di capacità produttiva e, in particolare, di forza lavoro. La crescita dell’economia italiana è tuttora inferiore a quella media degli altri paesi dell’area; lo scorso anno il divario è stato di un punto percentuale. La dinamica della produttività del lavoro è insufficiente, nel 2017 è stata meno della metà di quella del resto dell’area. Le tendenze demografiche prefigurano una riduzione della popolazione in età attiva e un aumento di quella anziana nei prossimi anni. Al di là del recupero ciclico va consolidato il potenziale di crescita”.

Per quanto riguarda il rapporto tra debito pubblico e Pil, “potrebbe tornare sotto il 100 per cento nel giro di dieci anni se venisse gradualmente conseguito un avanzo primario tra il 3 e il 4 per cento del prodotto, più elevato di circa due punti percentuali rispetto al livello attuale e coerente con il sostanziale pareggio di bilancio al netto degli effetti del ciclo. La discesa potrebbe essere più rapida se il miglioramento dell’avanzo primario e il consolidamento e la prosecuzione delle riforme strutturali sostenessero la crescita e abbattessero il premio per il rischio che grava sui rendimenti dei titoli pubblici italiani. Ridurre l’incidenza del debito è un obiettivo irrinunciabile. In una fase espansiva e con una politica monetaria ancora molto accomodante, non è utile aumentare il disavanzo. A fronte di un temporaneo impatto positivo sulla domanda, reso peraltro incerto dal possibile materializzarsi di tensioni finanziarie, si avrebbero ripercussioni negative persistenti sul debito e sulla spesa per interessi. Gli effetti moderatamente restrittivi dell’aumento dell’avanzo primario possono essere compensati da una riforma fiscale indirizzata a rendere il prelievo meno distorsivo e da una ricomposizione della spesa pubblica volta a stimolare la capacità produttiva. Il calo della spesa per investimenti pubblici dura quasi ininterrottamente dal 2010. Vi hanno influito, oltre alla limitata disponibilità di risorse finanziarie, anche le inefficienze e la lentezza del processo di selezione e realizzazione delle opere. Più recentemente gli investimenti possono aver risentito di difficoltà di adattamento al nuovo codice dei contratti pubblici; l’importo complessivo dei bandi per opere pubbliche è tuttavia tornato a crescere lo scorso anno. Ma occorre ancora lavorare sui tempi e sulla complessità delle procedure”.

Parlando delle banche Visco ha sottolineato che nel 2017 gli istituti di credito italiani hanno rafforzato il patrimonio. “L’aumento del capitale di rischio è stato pari a 23 miliardi, di cui 4 forniti dallo Stato per la ricapitalizzazione della Banca Monte dei Paschi di Siena; il coefficiente di solvibilità (CET1 ratio) è cresciuto in media di oltre due punti percentuali, al 13,8 per cento; era pari al 7,1 dieci anni fa. Per i gruppi significativi la distanza dalla media dell’area dell’euro è diminuita di due punti percentuali, a 1,3 punti. Negli ultimi anni si sono ridotti sia l’esposizione delle banche nei confronti del settore pubblico sia l’ammontare dei crediti deteriorati. La prima è scesa di oltre un quarto, a circa 300 miliardi, rispetto al picco di inizio 2015. Il secondo ha registrato un calo di quasi un terzo al netto delle rettifiche di valore, a 135 miliardi, rispetto alla fine del 2015. Il tasso di copertura, ovvero il rapporto tra la consistenza delle rettifiche di valore e l’ammontare lordo dei prestiti deteriorati, ha raggiunto il 53 per cento, un livello sensibilmente superiore a quello medio delle principali banche europee.

Secondo i dati pubblicati dalla Bce, ha proseguito il governatore “alla fine del 2017 l’incidenza dei crediti deteriorati delle banche significative italiane sul totale dei prestiti, incluse le esposizioni interbancarie e verso banche centrali, era pari all’11,1 per cento in termini lordi, a fronte di una media del 4,1 per gli altri gruppi significativi dell’area dell’euro; al netto delle rettifiche di valore le incidenze erano pari, rispettivamente, al 5,9 e al 2,4 per cento. Il divario, sebbene ancora consistente, si è ridotto nettamente nell’ultimo biennio. Il calo della consistenza dei crediti deteriorati ha riflesso il forte aumento delle cessioni sul mercato secondario, agevolato dal favorevole contesto economico (35 miliardi nel 2017, a fronte di una media annua di 5 nel precedente quadriennio). Le vendite previste per quest’anno raggiungerebbero 65 miliardi per l’intero sistema bancario. Secondo i piani presentati lo scorso marzo al Meccanismo di vigilanza unico, entro il 2020 i crediti deteriorati dei gruppi significativi italiani arriverebbero quasi a dimezzarsi rispetto al livello di fine 2017; l’incidenza sul totale dei prestiti, al netto delle rettifiche di valore, scenderebbe intorno al 4 per cento per i gruppi significativi; si stima he calerebbe al 5 per cento per l’intero sistema. Abbiamo sottolineato  più volte i rischi dell’imposizione di tempi troppo compressi per la riduzione dei prestiti deteriorati, soprattutto nei paesi come il nostro dove le proceduredi recupero sono più lente e la platea dei compratori è stata a lungo limitata. Ma la riduzione dei crediti deteriorati deve proseguire con decisione, traendo beneficio dal progressivo sviluppo del mercato secondario, anche grazie ai rimi frutti della riforma delle procedure esecutive immobiliari. Una piccola parte delle cessioni realizzate lo scorso anno ha riguardato inadempienze probabili, ossia esposizioni per cui vi è la possibilità che il debitore torni a onorare i propri impegni; ulteriori vendite sono programmate dai gruppi significativi. La dismissione di questo tipo di esposizioni beneficerebbe dell’intervento, in Italia ancora contenuto, di operatori specializzati in ristrutturazioni aziendali (i cosiddetti fondi di turn-around), in grado di offrire alle imprese sia nuovi finanziamenti sia le risorse manageriali necessarie per il rilancio dell’attività. Lo scorso gennaio abbiamo emanato linee guida in materia di gestione di crediti deteriorati rivolte alle banche di minori dimensioni sulle quali vigiliamo direttamente; esse replicano, applicando principi di proporzionalità, la sostanza delle indicazioni rivolte alle banche significative dal Meccanismo di vigilanza unico. Entro l’autunno anche le banche minori dovranno varare piani ambiziosi ma sostenibili per diminuire significativamente l’ammontare di tali esposizioni”.

La redditività delle banche italiane è migliorata nel 2017  “al netto delle componenti straordinarie il rendimento del capitale ha di poco superato il 4 per cento a fronte di un risultato negativo nel 2016 (-5,7 per cento). La tendenza è proseguita nel primo trimestre di quest’anno per i maggiori gruppi, che hanno registrato risultati reddituali nel complesso soddisfacenti grazie all’incremento delle commissioni e al contenimento dei costi. Diversi intermediari, tuttavia, hanno ancora una redditività insufficiente. La capacità di generare profitti delle banche di minori dimensioni risente della difficoltà di ampliare i ricavi e della più bassa efficienza operativa. Pesano inoltre perdite su crediti ancora elevate: per le banche diverse da quelle di credito cooperativo (Bcc) lo scorso anno il costo del rischio, misurato dal rapporto tra il flusso di rettifiche e la consistenza media dei prestiti, è stato di quasi 190 punti base, contro i circa 100 delle banche maggiori. Per un quarto di questi intermediari minori il tasso di rendimento del capitale proprio è stato negativo. Al recupero di redditività possono contribuire l’esternalizzazione di alcune funzioni, consorzi per la condivisione di processi produttivi e per l’acquisto di beni e servizi, accordi per la commercializzazione di prodotti finanziari e assicurativi, operazioni di concentrazione. Le piccole banche popolari potrebbero beneficiare, come in altri paesi, della realizzazione di un meccanismo di “protezione istituzionale”, basato su accordi di sostegno reciproco in caso di difficoltà, con vantaggi nel calcolo dei requisiti patrimoniali; sarebbe un passo verso forme più strette di integrazione. Per un settore quale quello del credito cooperativo procedere con operazioni di aggregazione è una necessità urgente. Nell’ultimo decennio la patrimonializzazione delle Bcc ha risentito del basso flusso di autofinanziamento e dei vincoli normativi al ricorso al mercato dei capitali.  Il coefficiente di solvibilità è cresciuto di soli due punti percentuali, mentre per il totale del sistema bancario l’aumento è stato di circa sette punti. Ne è derivato altresì un limite alla capacità di far fronte al peggioramento della qualità dei prestiti: oggi le Bcc registrano un’incidenza delle esposizioni deteriorate più elevata e un tasso di copertura più basso rispetto alla media di sistema”.

La riforma in corso di attuazione, ha continuato Visco “consentirà alle Bcc di continuare a sostenere con efficacia le economie locali anche nel nuovo contesto regolamentare, mantenendo allo stesso tempo lo spirito mutualistico che le contraddistingue. I sistemi di garanzia solidale previsti dai contratti di coesione e il ricorso alle risorse patrimoniali che, grazie alla riforma, le nuove capogruppo potranno raccogliere sul mercato permetteranno di risolvere nel modo più efficace eventuali situazioni di difficoltà. In assenza dei gruppi, infatti, la legge richiederebbe di gestire le crisi di singole Bcc con soluzioni di tipo liquidatorio. Il miglioramento dell’efficienza e la rimozione degli ostacoli al reperimento di capitale di rischio sul mercato consentiranno ai gruppi in via di costituzione di far fronte alle sfide poste dal nuovo contesto. Per le banche italiane le misure volte alla riduzione delle esposizioni deteriorate, al recupero della redditività e, più in generale, al rafforzamento dei bilanci sono particolarmente importanti alla luce della trasformazione del settore finanziario sulla quale mi sono soffermato in precedenza. Sono anche necessarie per adattarsi ai numerosi interventi regolamentari e di vigilanza varati e in corso di definizione. Il pieno adeguamento ai requisiti sulle passività in grado di assorbire le perdite in caso di crisi, l’entrata a regime dei nuovi principi contabili, la revisione dei modelli interni utilizzati per determinare le esigenze patrimoniali nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico sono alcuni esempi importanti”.

Visco, Banca d’Italia: “La crescita dell’economia italiana è tuttora inferiore a quella media degli altri paesi dell’area” ultima modifica: 2018-05-29T16:52:47+00:00 da Redazione

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